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lunedì 9 aprile 2012

L'ego, il falso centro

La prima cosa da capire è cosa l'ego sia. Un bambino nasce. Nasce senza nessuna conoscenza o coscienza del proprio sé. E alla nascita la prima cosa di cui viene a conoscenza non è se stesso, egli viene prima di tutto a conoscenza dell'altro. E' un processo naturale, perché ha occhi aperti verso l'esterno, tocca con le mani gli altri, le orecchie ascoltano suoni esterni, il cibo che gusta viene da fuori così come gli odori che sente. Tutti i sensi sono rivolti verso l'esterno.

Questo significa nascere. Nascere significa venire in questo mondo, il mondo del fuori. Così quanto un bambino nasce, nasce in questo mondo. Apre gli occhi, vede gli altri. Diventa consapevole prima della madre. Poi, via via, del proprio corpo. Ha fame, sente il corpo, i bisogni vengono soddisfatti, dimentica il corpo.

Così cresce un bambino. In primo luogo si accorge degli altri, del tu, e poi, via via, per contrasto, egli diventa consapevole di se stesso. Questa consapevolezza è una consapevolezza riflessa. Non è consapevole di chi egli sia. E' semplicemente consapevole della madre e di quello che pensa di lui. Se sorride, il bambino si sente apprezzato, se dice "Sei bello", se lo abbraccia e lo bacia, il bambino si sente bene con se stesso. In quel momento nasce l'ego.

Attraverso apprezzamento, amore, cura, il sentirsi bene, il sentirsi importante, si sente che si ha un significato. Un centro è nato. Ma questo centro è un centro riflesso. Non è il vero essere del bambino. Egli non sa chi sia, sa solo quello che gli altri pensano di lui. Questo è l'ego: il riflesso, ciò che gli altri pensano. Se nessuno pensa che sia di qualche utilità, nessuno lo apprezza, nessuno gli sorride, anche allora nasce un ego: un ego malato, triste, rifiutato, simile ad una ferita, con la sensazione di inferiorità, di essere senza valore. Anche questo è l’ego. Anche questo è un riflesso.

Prima di tutto la madre, la madre rappresenta il principio del mondo. Poi altri si uniranno alla madre, il mondo cresce. E più il mondo cresce, più l'ego diventa complesso, perché si aggiunge il riflesso di molte altre opinioni. L'ego è un fenomeno di accumulo, un sottoprodotto del vivere con gli altri. Se il bambino vive completamente da solo, non vedrà mai crescere il suo ego. Rimarrà come un animale. E questo significa che egli non verrà a conoscenza del suo vero io.

Il vero può essere conosciuto solo attraverso il falso, per questo l'ego è fondamentale. Si deve passare attraverso di esso, necessariamente. E' una disciplina. Il reale può essere conosciuto solo attraverso l'illusione. Non si può conoscere direttamente la verità. Prima di tutto bisogna sapere cosa non è vero. Prima di tutto bisogna incontrare il falso. Attraverso questo incontro si diventa in grado di conoscere la verità. Se si riconosce il falso come falso, la verità si palesa.

L'ego è una necessità, un bisogno sociale, un sottoprodotto sociale. La società rappresenta tutto ciò che è intorno a te, non te, ma tutto ciò che ti circonda. Tutto, meno te, è società. E riflette cosa sei. Andrai a scuola e l'insegnante ti rifletterà chi sei. Farai amicizia con altri bambini che rifletteranno chi sei, ognuno aggiunge riflessi al tuo ego e tutti cercano di modificarlo in modo tale che tu non diventi un problema per la società. Gli altri non sono interessanti a voi. Guardano alla società. La società si occupa di se stessa ed è così che deve essere. Non sono preoccupati che tu conosca te stesso. Sono preoccupati del fatto che tu diventi parte efficiente del meccanismo che regge la società. Di inserirti nel modello. Così cercano di darti un ego che si adatti con la società. Ti insegnano la moralità. Moralità significa darti un ego che si inserisca nella società. Se sei immorale, sarai sempre un disadattato. Ecco perché mettiamo i criminali nelle carceri, non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato, non per migliorarli. Semplicemente perché non si adattano. Sono dei piatagrane. Hanno dei tipi di ego che la società non approva. Ciò che è approvato dalla società è buono.

Un uomo uccide qualcuno, è un assassino. E lo stesso uomo in tempo di guerra uccide migliaia di uomini e diventa un grande eroe. La società non è disturbata dall'omicidio, ma l'omicidio deve essere fatto impegnandosi per la società, in questo caso va bene. La società non si preoccupa della moralità. Moralità significa soltanto andare bene alla società. Se la società è in guerra, la sua moralità cambia. La moralità è una politica sociale. E' diplomazia. E ogni bambino deve essere educato in modo tale che egli si inserisca nella società, questo è tutto. Perché la società è interessata ai membri efficienti. La società non è interessata che tu raggiunga la conoscenza di te stesso.

La società crea un ego, perché l'ego può essere controllato e manipolato. Il sé, per contro, non potrà mai essere controllato o manipolato. Nessuno ha mai sentito parlare della società che controlla un sé, non è possibile.

Un bambino torna a casa, se è il primo della classe, l'intera famiglia è felice. Lo abbracciano e lo baciano, si prende il bambino sulle spalle e si balla e si dice "Che bel bambino, siamo orgogliosi di te". Si sta dando al bambino un ego, un piccolo ego insidioso. E se il bambino torna a casa sconsolato, senza successo, con un fallimento, bocciato o non accettato in una squadra, allora nessuno lo apprezza e il bambino si sente rifiutato. Cercherà di fare di più la prossima volta perché il suo ego è inquieto.

L'ego è sempre agitato, sempre in cerca di cibo, dell'apprezzamento di qualcuno. Ecco perché si continua a chiedere attenzioni. Si ottiene un'idea di chi si è dagli altri. Non è un'esperienza diretta. Si arriva al mondo con un centro, che è dato dall'esistenza di ognuno. Questo è il sé. E' l'altro centro che viene creato dalla società, cioè l'ego. Qualcosa di fasullo, un grande trucco. Un grande mezzo di controllo della società. Bisogna comportarsi in un certo modo, ridere in un certo modo, seguire determinati modi di fare, una morale, un codice. Solo allora la società ti apprezzerà e se non accade, l'ego ne viene sconvolto. E quando l'ego viene sconvolto, non sai dove sei, non sai chi sei.

Gli altri ti hanno dato un'idea di te. Quell'idea è l'ego. Se non si effettua un salto non si sarà mai in grado di raggiungere il sé, che è al di là dell’ego. Poiché siamo assuefatti al centro fasullo, è molto difficile spostarlo, per cui diventa difficile guardare il sé. E ricorda, se proverai ad andare oltre, non ci sarà un intervallo, quando l'ego sarà in frantumi, quando non saprai più chi sei, quando non saprai più dove stai andando, quando tutti i confini si scioglieranno, tutto diventerà semplicemente confusione e caos. E’ proprio questo caos il motivo per cui si ha tanta paura di perdere l'ego. Ma bisogna farlo. Bisogna attraversare il caos prima di raggiungere il vero centro. E se sei audace, il periodo sarà breve. Invece se hai paura e ricadi nell'ego e cominci a distruggerlo e poi a risistemarlo, sarà un periodo molto molto lungo e molta vita può essere sprecata in questo processo.

Un bambino piccolo era in visita dai nonni. Aveva solo quattro anni. Di notte, quando la nonna lo mise a letto, improvvisamente incominciò a piangere dicendo "Voglio andare a casa. Ho paura del buio". Ma la nonna disse: "So bene che anche a casa dormi al buio, non ho mai visto una luce, quindi perché qui hai paura?" Il bambino disse "Si, è vero, ma quella è la mia oscurità." Questa oscurità è completamente sconosciuta.

Anche nell'oscurità potrai dire "Questa è la mia". Fuori invece, solo una sconosciuta oscurità. Con l'ego ci si sente proprio come dicendo "Questa è la mia oscurità". Può essere fastidiosa, forse creare sofferenze, ma è la mia. Qualcosa da tenere, qualcosa cui aggrapparsi, qualcosa sotto i propri piedi che non sia il vuoto. Si può essere infelici, ma almeno essere. Pur essendo miserabile l’ego da una sensazione che porta a dire "Io sono". Considerando questa sensazione, la paura prende il sopravvento, si comincia ad avere paura dell'ignoto e del caos, perché la società è riuscita a cancellare una piccola parte del tuo essere.

E' proprio come recarsi in una foresta. Si ricava una piccola radura, si pulisce un po' il terreno, si recinta, si costruisce una piccola capanna, si crea su un piccolo giardino, un prato e si sta bene. Oltre il recinto, la foresta, allo stato brado. Qui è tutto ok, è tutto pianificato. Ecco come è andata. La società ha ricavato una piccola radura nella tua coscienza. Ha pulito una piccola parte del tutto, l'ha recintata. Li va tutto bene. E' quello che stanno facendo tutte le università. Tutta la cultura e il condizionamento hanno solo ripulito una parte in modo che ci si possa sentire a casa. E poi tu diventi un essere spaventato. Al di la della recinzione c'è il pericolo. Invece al di la del recinto tu sei, come dentro il recito tu sei e la tua mente ne è conscia solo in parte, un decimo di tutto il tuo essere. Nove decimi sono in attesa al buio. E in quei nove decimi, da qualche parte, è nascosto il vero e proprio centro.

Bisogna essere audaci, coraggiosi. Bisogna fare un passo deciso e decisivo verso l'ignoto. Per un po' tutti i confini saranno perduti. Per un po' si avranno le vertigini. Per un po' ti sentirai molto impaurito e scosso, come se ci fosse stato un terremoto. Ma se sarai coraggioso e non tornerai indietro, se non ricadrai nell'ego e andrai avanti e avanti, c'è un centro nascosto dentro di te che hai portato con te per molte vite. Una volta che si arriva vicino ad esso, tutto cambia, tutto si deposita di nuovo, placidamente. Ma questo assestamento non è fatto dalla società. Tutto ridiventa cosmo, non caos, si pone un nuovo ordine. Ma non è più l'ordine della società, bensì l'ordine dell'esistenza in sé.

E' ciò che Buddha chiama Dhamma, Lao Tzu chiama Tao, Eraclito chiama Logos. Non è creato dall'uomo. E' l'ordine dell'esistenza stessa. Tutto ridiventa di nuovo bello, per la prima volta veramente bello, perché ciò che l'uomo costruisce non può essere veramente bello. Al massimo può nascondere la bruttezza degli uomini. Si possono fare decorazioni ma non potranno mai essere belle. La differenza è quella che sta tra un fiore reale e un fiore di plastica o carta. L'ego è il fiore di plastica, morto. Sembra proprio un fiore, ma non è un fiore. Non si può davvero chiamare fiore. Anche linguisticamente chiamarlo fiore è sbagliato, perché un fiore è qualcosa che fiorisce. Questa cosa di plastica invece è solo una cosa, non un fiore. E' morta. Non c'è vita in essa.

Si dispone di un centro di fioritura dentro. Ecco perché gli Indù lo chiamano loto, si tratta di una fioritura. Li chiamano i mille petali del loto. Mille sta per infinito. La fioritura prosegue, non si ferma mai, non muore mai.
Invece si è soddisfatti di un ego di plastica. Ci sono alcune ragioni per cui si è soddisfatti. Con una cosa morta ci sono molti vantaggi. Uno è che una cosa morta non muore. Non può non essendo viva. Quindi i fiori di plastica sono buoni in un certo senso. Sono permanenti, non sono eterni, ma sono permanenti. Il fiore vero e proprio fuori in giardino è eterno, ma non permanendte. E l'eterno ha il suo modo di essere eterno. La via dell'eterno è nascere di nuovo e di nuovo e morire. Attraverso la morte ci si aggiorna, si ringiovanisce. A noi sembra che il fiore sia morto, ma non muore mai. Semplicemente cambia corpo, quindi è sempre fresco. Lascia il vecchio corpo, entra in un nuovo corpo. Fiorisce da qualche altra parte, la fioritura continua. Ma non se ne può vedere la continuità perché la continuità è invisibile. Vediamo solo un fiore, un altro fiore, non vediamo mai la continuità. E' lo stesso fiore che è fiorito ieri. E' lo stesso sole, ma in una differente veste.

L'ego ha una certa qualità, è morto. Si tratta di una cosa di plastica. E' molto facile da ottenere, perché lo danno gli altri. Non è necessario cercarlo, non bisogna farsi coinvolgere in nessuna ricerca. Ecco perché, a meno che non si diventi un ricercatore che va oltre l'ignoto, non si è un individuo. Sei solo una parte della folla. Se solo un mob.

Quando non si dispone di un vero e proprio centro, come si può essere un individuo?

L'ego non è individuale. L'ego è un fenomeno sociale, è la società, non te. Ma ti da una funzione nella società, nella gerarchia della società. E se si resta soddisfatti di esso, si lascerà sfuggire l'occasione di trovare il sé.

Ed è per questo che sei così infelice. Con una vita di plastica, come si può essere felici? Con una vita falsa, come si fa ad essere estatici e beati? E poi questo ego crea molte miserie, a milioni. Non è possibile vederle perché sei nella tua stessa oscurità. Sei in sintonia con essa.

Hai mai notato che tutti i tipi di miserie hanno a che fare con l'ego? Non può renderti felice, può solo renderti infelice. L'ego è un inferno. Ogni volta che si soffre e si prova ad analizzare e guardare, si ritrova che da qualche parte l'ego ne è la causa. L'ego è il continuo cercare motivi di sofferenza.

Questo ego ad esempio va continuamente in conflitto con gli altri. Quando non hai niente ma devi pensare che qualcosa c'è, allora arrivano i problemi. Se qualcuno dice "Non c'è nulla", immediatamente la lotta ha inizio, perché ci si sente come se non ci fosse niente. Gli altri ti hanno reso consapevole di ciò. L'ego è falso. Un essere cosciente, come può mancare di sapere che questo ego è solo qualcosa di falso? E poi altri ci dicono che non c'è niente e quando lo fanno hanno colpito una ferita, hanno detto la verità e nulla colpisce duro come la verità. Sei costretto a difenderti perché se non ti difendi, se non sei sulla difensiva, dove sei? Ti sarai perso. L'identità si sarà spezzata. Quindi ti devi difendere e lottare, è uno scontro. Un uomo che ha raggiunto il sé invece non è mai in uno scontro. Altri si scontreranno con lui, ma lui non è mai in conflitto con nessuno.

Un maestro Zen stava attraversando la strada. Un uomo arriva di corsa e lo colpisce duramente. Il maestro cade a terra. Poi si rialza e ricomincia a camminare nella stessa direzione in cui stava andando prima, senza neppure voltarsi. Un discepolo lo accoglie al ritorno e dice: "Chi è stato? Chi ti ha fatto questo? Vivendo in questo modo chiunque può arrivare e ucciderti. E non hai visto chi è stato, di chi si trattava e perché lo ha fatto." Il maestro rispose: "Questo è un suo problema, non mio".

Ti puoi scontrare con un uomo illuminato, ma questo è un tuo problema, non il suo. E se ti fai male in quello scontro, è sempre un tuo problema. Egli non può farti del male. E' come sbattere contro un muro, ti farai male ma il muro non ti avrà fatto niente.

L'ego è sempre alla ricerca di qualche problema. Perché? Perché se nessuno ti presta attenzione, l'ego si sente affamato. L’ego vive di attenzione. Quindi anche se qualcuno sta combattendo ed è arrabbiato con te, è ancora una cosa positiva perché ti rivolge attenzione. Se qualcuno ti ama, va bene. Se qualcuno non ti ama, allora basta che sia arrabbiato con te. Ti darà almeno attenzione. Ma se nessuno ti sta prestando attenzione, nessuno pensa che tu sia una persona importante, significativa, allora chi alimenta il tuo ego? L'attenzione degli altri è necessaria.

Hai un milione di modi per attirare l'attenzione degli altri, ti vesti in un certo modo, cerchi di apparire bello, di comportarti in un certo modo, diventi gentile, cambi. Quando senti che li c'è una certa situazione, cambi immediatamente in modo che le persone ti prestino più attenzione. Si tratta di un profondo mendicare. Un vero mendicante è colui che chiede ed esige attenzione. Un vero imperatore è colui che vive di se stesso, ha un proprio centro e non dipende da nessuno.

Buddha seduto sotto il suo albero... se il mondo intero scomparisse improvvisamente, che differenza farà per Buddha? Nessuna. Non farà nessuna differenza. Se il mondo intero scompare, non farà nessuna differenza perché lui ha raggiunto il suo centro.

Ma tu, se tua moglie scappa, divorzia da te, va con qualcun'altro, sei completamente distrutto perché era attenta a te, aveva cura, amore, si muoveva intorno a te, ti aiutava a sentirti qualcuno. Il tuo impero è perso, è andato in frantumi. Inizi a pensare al suicidio. Perché? Perché se la donna ti lascia, dovresti suicidarti? Perché se il marito ti lascia, dovresti suicidarti? Perché non hai nessun centro tuo, la moglie, il marito, ti davano un centro.

La gente vive così. Così le persone diventano dipendenti dagli altri. Si tratta di una schiavitù radicata. L'ego deve essere uno schiavo. Dipendere dagli altri. E solo una persona senza ego domina per la prima volta la sua vita: non è più uno schiavo. Cerca di capire questo concetto. Ti aspettavi qualcosa e tale cosa non è accaduta. Ti aspettavi qualcosa ed è accaduto il contrario. L'ego ne viene colpito, cade in miseria. Basta osservarsi quando si è infelici e capire perché ciò accade. Le cause sono fuori da sé. Il fondamento è dentro di sé ma bisogna sempre guardare fuori e chiedersi:

Chi mi ha reso infelice?
Chi è la causa della mia rabbia?
Chi è la causa della mia angoscia?

Se guardi fuori ti perderai. Basta chiudere gli occhi, per guardare dentro. La fonte di ogni miseria, rabbia, angoscia, è nascosta dentro di te, è il tuo ego. E se si trova la fonte, sarà facile andare oltre essa. Se si riesce a capire che è proprio l'ego a dare problemi, si preferirà farlo cadere, perché nessuno porta con sé una fonte di sofferenza se la riconosce come tale.

E ricorda, non è necessario far cadere l'ego. Non puoi farlo cadere. Se si tenta di farlo cadere, si ottiene solo un altro ego che dice "Sono diventato umile". Non cercare di essere umile. Questo è un nuovo ego nascosto, ma non morto. Nessuno può forzarsi all'umiltà e nessuno può creare un certo grado di umiltà attraverso un qualsiasi sforzo. Solo quando l'ego non c'è più, si raggiunge l'umiltà. Non è una finzione. L’umiltà è un'ombra del vero e proprio centro. Un uomo veramente umile è semplicemente semplice. Non sa neanche di essere umile. Se siete consapevoli del fatto di essere umili, l'ego è lì. "Tu sei veramente umile," si vorrebbe sentirsi dire. "Sei l'uomo più umile del mondo, nessuno è umile quanto te."

Un fachiro, mendicante, stava pregando in una moschea, nelle prime ore del mattino, quando ancora era buio. Era un giorno sacro per i maomettiani e lui stava pregando e diceva: "Io non sono nessuno. Io sono il più povero dei poveri, il più grande peccatore tra i peccatori." C'era un'altra persona che pregava. Era l'imperatore di quel paese e non era consapevole che ci fosse qualcun'altro che stesse pregando, dopotutto era ancora buio. L'imperatore anche diceva: "Io non sono nessuno. Io non sono niente. Io sono vuoto, un mendicante alla porta." Quando sente che qualcun'altro sta dicendo la stessa cosa, dice: "Smettila! Chi sta cercando di superarmi? Chi sei? Come osi dire prima dell'imperatore che non sei nessuno quando l'imperatore sta dicendo che non è nessuno?"

L'ego funziona così. E' sottile. I suoi modi sono minuziosi e astuti, devi essere molto, molto vigile per vederlo. Non cercare di essere umile. Prova solo a capire che ogni miseria, ogni angoscia arriva da esso.
Basta avvistarlo! Non c'è bisogno di farlo cadere. Non si può farlo cadere. Provi a farlo? Lui ritorna, sempre. Qualunque cosa tu faccia, guarda e osserva. Qualsiasi cosa tu faccia modestamente, umilmente, non ti servirà a nulla. Una sola cosa è possibile fare ed è solo guardare e vedere qual è la fonte di ogni miseria. Non parlarne. Non ripeterlo, guarda. Perché se ti dico qual è la fonte di ogni miseria e tu lo ripeti, è tutto inutile. Devi comprenderlo. Quando sei infelice, basta che chiudi gli occhi senza cercare di trovare una causa esterna. Prova a sentire da dove arriva la sofferenza. Viene dall'ego. Se si continua a sentire e capire, si comprende che l'ego è la causa, questa comprensione si radica e un giorno ci si accorge che improvvisamente l’ego è scomparso. Nessuno lo ha spinto, nessuno lo ha fatto cadere. Ma lui è scomparso, perché la comprensione stessa fa si che tutte le miserie causate dall'ego cadano. La vera comprensione causa la sparizione dell'ego.

Puoi essere molto in gamba nel vedere l'ego negli altri. Chiunque può vedere l'ego degli altri. Ma quando si tratta del proprio, allora si pone un problema, perché il territorio è sconosciuto, non si hanno vantaggi su di esso. Il percorso verso il divino, l'ultimo percorso, deve passare attraverso il territorio dell'ego. Il falso deve essere riconosciuto come falso. La fonte della sofferenza deve essere riconosciuta come fonde della sofferenza, ed essa semplicemente viene espulsa. Quando la vedi come un veleno, cade. Quando sai che brucia, cade. Quando sai che è un inferno, cade. E poi non dire: "Ho lasciato cadere l'ego". E' sufficiente ridere di tutto, della burla che tu eri proprio il creatore di tutte le tue sofferenze.

Una donna molto bella va dallo psichiatra per la prima volta. Lo psichiatra dice: "Venga più vicino per favore." Quando lei si avvicina lui semplicemente le salta addosso, la abbraccia e la bacia. Lei rimane scioccata. Poi lui dice: "Ora siediti. Questo ha curato il mio problema, ora qual è il tuo problema?"

Il problema diventa enorme, perché ci sono persone che si trovano nella stessa situazione. E vorrebbero essere d'aiuto, perché ciò fa sentire l'ego buono, molto, molto buono. Perché ti fa sentire un grande benefattore, un grande guru, un maestro, stai aiutando tante persone. Quanti più sono i seguaci, meglio ti senti. In realtà, ci si danneggia a vicenda. Le persone che hanno problemi non possono essere d’aiuto. Solo chi non ha problemi può realmente aiutare. Solo chi vede chiaramente in sé può vedere chiaramente negli altri. Solo una mente che non ha problemi suoi è in grado di vedere, solo ad essa si diventa limpidi.
E’ difficile vedere il proprio ego. E' molto facile vedere quello degli altri. Ma non è questo il punto, non è possibile aiutarli.

Prova a vedere il tuo ego. Basta guardare. Non avere fretta di liberartene, stai  a guardarlo. Quanto più si guarda l’ego, più si diventa capaci di riconoscerlo. E improvvisamente un giorno, esso è caduto. Cade da solo, non vi è altro modo. Non si può buttarlo giù prematuramente. Come una foglia morta. L'albero non sta facendo nulla. Solo la brezza, una situazione, e la foglia morta cade, semplicemente. L'albero non è nemmeno consapevole del fatto che la foglia morta l'abbia lasciato. Nessun rumore, nessun reclamo, niente. Si deposita sul terreno, si lascia andare. Non hai fatto niente, non hai avuto nessuna pretesa di lasciarla cadere. Semplicemente è andata e il vero centro ora si vede.

Il vero centro è l'anima, il sé, dio, la verità o comunque tu voglia chiamarlo.

Non ha un nome suo, tutti i nomi vanno bene. E' possibile dargliene uno a piacimento.



From Beyond the Frontier of the Mind by Osho

martedì 6 marzo 2012

Maschere e gatti


Credo che la volontà (che spesso viene vissuta come necessità) di interfacciarsi con gli altri in maniera superficiale ci porti in maniera fin troppo naturale ad affibbiare etichette sociali comuni e condivise su cosa l'altra persona debba essere. Queste etichette però, dando un'articolata idea di base, anche quando si desidera andare più a fondo nella conoscenza dell'altro, persistono, si evolvono senza venir mai accantonate, si spingono lungo un asse, fino a riportarci comunque ad un'immagine sbagliata della persona in questione, una sorta di ibrido tra ciò che è in realtà e l'idea iniziale che ne avevamo costruito.

Gli ambienti lavorativi sono un classico esempio di ciò. Nessuno intende interfacciarsi in maniera troppo naturale con un collega appena conosciuto. Si viene a conoscenza delle sue mansioni, del suo sesso e di ciò che altri magari te ne hanno riportato. Prima ancora di stringere la mano all'interessato si pensa quindi di avere tutte le informazioni che possano interessare per permetterti di collaborarci funzionalmente. Quindi se si stratta di una donna con una mansione tecnica, si presume che le sue capacità non siano al meglio. Se si tratta di un assistente, che non abbia altri skill che non quelli di assistere meglio possibile qualcuno con maggiori responsabilità e così via.

Ma mentre in alcuni ambienti questa tecnica può portare comunque ad una collaborazione, per quanto zoppa visto che le reali caratteristiche del soggetto ne sono state praticamente oscurate, in altri può costituire un vero disagio. Negli ambienti sociali ad esempio, conoscere una coppia può portare ad equivoci veramente grossi. Partire dal solo presupposto che si tratti di una coppia monogama può limitare di molto le possibili interazioni che si hanno coi suoi elementi. Si tende a mantenersi nei comportamenti comunemente accettati, a parlare coi soggetti in questione senza mai dimostrare un interessamento più esplicito anche quando uno dei due ci attrae. E ciò va a scolpire un'immagine rigida dei due, difficile da infrangere anche quando si venga a conoscenza che il loro rapporto non è monogamo. Quindi anche nel far presente il proprio interessamento per uno dei due, si risente di un certo imbarazzo nei confronti dell'altro. Perché? Naturale timore di confronto oppure il frutto dell'idea iniziale che ci si era fatti?

Così molte coppie poligame si riversano negli ambienti più "trasgressivi" pur di vivere serenamente la loro forma di sessualità "aperta". Luoghi in cui non si fa altro che affermare che i comuni comportamenti sociali valgono ma fino ad un certo punto, luoghi dove una coppia vale la pena di essere conosciuta più a fondo per capire quali accordi la caratterizzano. Ma ciò, se da un lato apre la possibilità di viversi serenamente, dall'altra ghettizza certi comportamenti, in un certo qual senso li rende ancora più "strani", "stravaganti", "anomali" e porta a qualcosa di estremamente pericoloso: la nascita delle maschere sociali. Se non posso vivermi serenamente nella vita di tutti i giorni, allora lo farò in un privè il sabato sera e visto che non sento più la necessità di vivermi altrove, tanto vale che nella vita di tutti i giorni nasconda la persona che sono in realtà, fino a perdere l'abitudine di dimostrarmi per come sono, fino a sentirmi "diverso". Perché una società comune in cui certi comportamenti non sono esternati, non impara mai a farsi domande in proposito, non impara mai ad aprirsi senza giudicare ed è fin troppo comprensibile se sono i soggetti stessi non comuni a nascondersi per primi.

E così il gatto si è afferrato la coda. Il meccanismo è assolutamente discendente, porta alla chiusura, agli equivoci, ad una società che cela le sue anomalie, che mente a se stessa, che si scandalizza pur di non farsi considerare come una "stranezza".

Come infrangere questo meccanismo? Facendosi forza e, senza ostentare, proporsi per quello che si è in realtà. Parlare dei propri rapporti, anche quando questi non rientrano nello schema comune, parlare delle proprie tendenze sessuali, parlare delle proprie scelte di genere. E' imbarazzante certe volte, ma si impara come qualsiasi altra cosa. All'inizio non si troveranno esattamente le parole corrette per esprimersi e forse si farà un gran casino tra il cercare di nascondere gli elementi più difficili ed esternare quelli che si ritengono più accettabili, se si ha davanti poi qualcuno che si rivela veramente bigotto... viene davvero la voglia di dire "Stavo scherzando". Però man mano la situazione migliora, si impara prima di tutto a mettere da parte il proprio giudizio su se stessi e il discorso diventa molto più lineare, quando non si ha niente da nascondere è tutto più facile.

Dopotutto anche il più appassionato sadomasochista, ad esempio, rispetta l'integrità e la libertà altrui, e questi concetti sono cari alla comunità, solo che per alcuni escono in maniera più articolata, e allora? Chi vorrà ascoltare lo farà, qualcuno si scandalizzerà all'inizio ma poi verrà a chiederti informazioni, qualcun'altro non dirà nulla, assumerà le informazioni che gli state dando, fino ad arrivare a chi a sua volta avrà qualcosa da raccontare, e trovando un ambiente propizio dove farlo finalmente liberamente, lo esternerà e allora starà a voi ascoltare.

Il gatto non si morde più la coda, il meccanismo è stato ribaltato. Possibile fosse così semplice?