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domenica 1 aprile 2012

Un po' di scienza

Esiste una strana comune convinzione, che gli uomini gay si dividano in due gruppi: quelli che amano scopare e quelli che amano farsi scopare. Come se si faccia veramente molta fatica a staccarsi dall’idea che un rapporto sessuale si consumi tra due persone, una delle quali ha da infilare qualcosa in un’altra, che nei rapporti tra eterosessuali a ricevere sia necessariamente la donna e che non esistano altre varianti. L’equivoco poi viene ribaltato dal mondo eterosessuale (ma anche da una parte ‘tradizionalista di quello omosessuale) sulle dinamiche del sesso gay.

L'omosessualità non è una specie di surrogato dell'eterosessualità. I gay non sono "eterosessuali venuti male", così quando ci si innamora, non si cerca di creare una tragica imitazione di un rapporto uomo-donna. Non si cerca di essere quanto più vicini possibile alle persone etero e durante il sesso non c'è uno che fa finta di essere 'donna' mentre l'altro fa l''uomo'. Un uomo gay è attratto sentimentalmente e sessualmente da un uomo perché è un uomo. Nessuno dei due vuole essere donna, nessuno dei due vuole che l'altro sia donna. Questo è quello che significa l'omosessualità anche se, come sempre, la situazione è più complicata di come possa sembrare.

Non ci vogliono grandi doti mentali per rendersi conto che in quasi tutte le società l'eterosessualità è la cultura sessuale dominante. Non è una cosa necessariamente da biasimare o vedere come ingiusta, la maggioranza delle persone sono etero quindi l'eterosessualità diventa inevitabilmente una forza dominante, ma produce anche un certo numero di effetti che vanno considerati. Uno degli effetti più rilevanti è che risulta molto difficile guardare l'omosessualità in termini non eterosessuali. Anche se due uomini a letto possono godere di un'esperienza più ampia rispetto ad una coppia di sessi opposti (in realtà anche le coppie uomo-donna possono avere dinamiche sessuali assolutamente non convenzionali), ci sono uomini gay che ancora si assegnano un ruolo sessuale usando termini come 'top', 'bottom (o 'attivo', 'passivo', che hanno lo stesso significato) per descrivere se stessi.

Dall'esperienza pratica però la divisione tra i due ruoli è messa in dubbio. Pochissime persone sembrano essere attive al 100% e passive al 100%. La maggior parte delle persone sono versatili almeno in parte, ma hanno genericamente un ruolo in cui si trovano maggiormente a loro agio. Alcuni uomini gay però insistono a dirsi rigidamente una cosa o l'altra e il fatto che abbiano scelto proprio uno stereotipo che ricorda molto quello eterosessuale potrebbe portare a chiedersi quanto questo sia radicato nella nostra cultura e quali siano le motivazioni di questa scelta.

Considerando l’età media di un ruolo rispetto all’altro, si ricava che le persone che sostengono di essere esclusivamente passive sembrano avere una certa 'ansia da prestazione' o sono sessualmente inesperte, e pensano che cominciare sulla strada del bottom sia più facile. Sembra che ci siano motivazioni simili, ma diverse, per le persone che si dicono esclusivamente attive. Per alcuni è sintomo della difficoltà di venire a patti con il fatto stesso di essere gay (ancora adesso un sacco di uomini pensano che siccome non vengono mai penetrati, non possano essere considerati gay, anche se scelgono partner sessuali uomini e non donne). Ci sono anche persone condizionate dallo 'stigma' associato all'assunzione di un ruolo passivo (alcune persone vedono l'essere penetrate come incompatibile con l''essere uomo').

L'analisi fin qui è totalmente aneddotica, ma è apparso sul sito Scientific American un articolo, nel 2009, scritto da Jesse Bering della Queen University, il cui scopo principale era quello di fornire una panoramica, in base alle conoscenze scientifiche, di ciò che può esserci alle spalle dei ruoli sessuali assunti dagli uomini gay. Il pezzo è interessante anche se alcuni elementi a riguardo stonano.

Per iniziare, l'articolo assume un tono stranamente difensivo, come se scrivere sull'omosessualità sia qualcosa che necessita di essere giustificato. Il secondo paragrafo si apre in questo modo:

"Sono molto consapevole del fatto che alcuni lettori potrebbero pensare che questo tipo di articolo non è nello stile di questo sito. Ma la caratteristica importante di una buona scienza è che essa è amorale, obiettiva e non portata a soddisfare la corte dell'opinione pubblica. I dati non fanno rabbrividire, la gente si."

Vent’anni fa questo tipo di nervosismo non avrebbe stupito nessuno, nell'anno di pubblicazione dell'articolo appare un po' fuori luogo. A giudicare dai commenti che furono dati a caldo dopo la pubblicazione, le persone erano del tutto preparate a leggere informazioni sull'argomento su un sito scientifico. Si tiene comunque in considerazione che il campo di ricerca è in una fase iniziale e che non è sicuramente colpa dell'autore se non ci sono conclusioni definitive. Comunque, in generale, l'articolo non sembra essere stato accolto né con ostilità, né con imbarazzo.

Si parte da un documento del 2003, redatto da Trevor Hart, che rivela la cosa non particolarmente sorprendente che se chiedete ad un gruppo di uomini gay quale ruolo preferiscono tra top, bottom e versatile e poi chiedete loro di descrivervi i loro gusti sessuali a letto, i top saranno attivi, i bottom saranno passivi e i versatili entrambi. Non significa necessariamente che essi abbiano avuto esperienza in merito, semplicemente che si trovano a proprio agio pensando a quel determinato ruolo e a quel determinato tipo di attività sessuale. Per fortuna trovare questa informazione non era l'obiettivo principale della ricerca.

Lo studio è stato finanziato dal Centers for Disease Control degli Stati Uniti che stava cercando di stabilire se le etichette con cui questi uomini si auto-identificavano fossero in relazione con pratiche sessuali non sicure. Questo per la convinzione che gli uomini che si identificano come attivi siano meno propensi a praticare sesso sicuro rispetto agli uomini che si identificano come passivi, forse perché la trasmissione dell'HIV dal partner passivo a quello attivo è considerata meno probabile e quindi top che pratichino sesso non protetto sono soggetti a minori rischi personali. Lo studio ha evidenziato che non c'era nessuna chiara correlazione tra l'uso del preservativo e il ruolo sessuale dichiarato come preferito. Da notare che la ricerca si basa su un campione di persone diagnosticate come HIV positive, un gruppo cioè da cui ci si potrebbe aspettare un uso non rigoroso del preservativo prima della diagnosi rispetto alla maggior parte degli uomini gay.

Nonostante questo risultato negativo lo studio ha evidenziato altre correlazioni di per sé degne di nota. Ad esempio che gli uomini che si sono identificati come top avevano più difficoltà a descrivere se stessi come gay e avevano maggiore probabilità di aver avuto recenti incontri con donne. Questo risultato suggerisce che gli uomini che si descrivono come top hanno maggiori possibilità di essere bisessuali, ma la correlazione è complicata dal fatto rilevato che gli uomini che si definiscono come top sono anche più propensi ad ammettere sentimenti di auto-disgusto nei confronti delle loro attività o desideri omosessuali. Si potrebbe ricavare quindi che tali uomini fanno sesso anche con donne per bilanciare o mascherare questi sentimenti negativi nei confronti della propria sessualità. Si rileva anche che coloro che si descrivono come versatili sembrano godere di un senso di benessere psicologico maggiore rispetto a coloro che si definiscono esclusivamente passivi o attivi.

Hart ha anche scoperto che la distinzione tra top e bottom andava al di là della pratica anale. Ad esempio i bottom si sono rivelati più propensi a fare fellatio che a farsi fare fellatio. Un altro studio, condotto da David A Moskowitz, non solo ha confermato ciò, ma ha anche scoperto che i due ruoli sono da estendere anche a comportamenti più generali, sul piano della comunicazione ad esempio tra l'essere più assertivo o più aggressivo. Il successivo studio è stato realizzato da Matthew H McIntyre, riportato sulla rivista Archives of Sexual Behavior nel 2003. Un campione relativamente piccolo di uomini gay (44), ex studenti dell'Università di Harvard, hanno risposto ad un questionario in cui è stato chiesto loro di fornire una serie di dettagli circa infanzia, preferenze lavorative e preferenze sessuali. La tipologia di risposta è stata classificata tra lo stereotipo "femminile" e lo stereotipo "maschile". Si è rilevato che persone che hanno assunto comportamenti “femminili” durante la loro infanzia, più facilmente si sono orientati verso preferenze lavorative “femminili” e verso un ruolo passivo durante gli incontri sessuali. Analogamente persone che hanno assunto comportamenti “maschili” durante l'infanzia si sono orientati verso ruoli lavorativi da considerarsi “maschili” e verso un ruolo attivo durante il sesso.

Il modo stesso in cui certe ricerche sono state condotte, passando attraverso stereotipi di genere binario, sembra ribadire l'idea iniziale e cioè che l'omosessualità sia un surrogato dell'eterosessualità, che gli uomini gay vadano divisi in due categorie, coloro che 'agiscono come uomini' e a cui piace scopare, e coloro che 'agiscono come donne' e a cui piace farsi scopare. Ci sarebbero quindi sorprendenti somiglianze tra coppie omosessuali ed eterosessuali, ma ci sono anche molte ragioni per le quali essere cauti nel fare affidamento su certe conclusioni.

In primo luogo le associazioni risultato delle ricerche di McIntyre non sono quelle per le quali la sua ricerca era stata concepita. In secondo luogo, le persone coinvolte provenivano da un ambiente sociale molto ristretto, tutti avevano studiato alla prestigiosa (e costosa) Università di Harvard. I partecipanti a certi studi sono sempre volontari, naturalmente, ma in questo caso la risposta è stata molto ridotta: solo il 28,6% degli invitati a prendervi parte lo ha fatto. Quindi una larga parte di coloro che erano stati invitati a contribuire alla ricerca di McIntyre non erano felici di parteciparvi. Dato il disagio con l'idea molto diffusa che gli uomini gay si dividano tra virili e effeminati, è del tutto probabile che coloro che non pensano a se stessi in questi termini non abbiano interesse a partecipare a queste ricerche e questo potrebbe aver falsato i risultati di McIntyre. Inoltre l'età media dei partecipanti era piuttosto elevata (tra i 31 e i 76 anni) e ciò potrebbe aver avuto un certo impatto sulla loro propensione a definirsi in termini paradigmatici eterosessuali, ciò in quanto ormai sorpassate teorie sull'omosessualità tendevano a portare avanti un'idea secondo cui gli omosessuali erano semplicemente eterosessuali che avevano subito una deviazione dal 'normale' percorso dello sviluppo psicosessuale.

L'interesse primario di McIntyre però era quello di condurre una ricerca sui possibili collegamenti esistenti tra una misurazione fisica conosciuta come rapporto '2D:4D' e le preferenze di ruolo sessuale dell'ambiente gay maschile. Il rapporto 2D:4D è una misura standard della differenza di lunghezza tra il dito indice e l'anulare della mano, di preferenza quella destra. Uno studio del 1998 condotto da JT Manning e altri presso l'Università di Liverpool, ha portato a dire che gli uomini hanno, in media, un rapporto 2D:4D di 0,98 (il che significa che l'anulare è più lungo rispetto all'indice), mentre per le donne il rapporto medio è 1,0 (il che significa che le due dita hanno la stessa lunghezza). Lo stesso studio ci dice anche che per il 'maschio tipico' il rapporto 2D:4D (quindi il dito anulare relativamente più lungo) è collegato ad elevati livelli di testosterone, mentre nella 'femmina tipica' il rapporto 2D:4D (dito anulare relativamente più corto) è associato a più alti livelli di ormoni femminili, cosa riscontrata sia negli uomini che nelle donne. Gli autori suggeriscono (per ragioni relativamente complesse associate allo sviluppo fetale e alla genetica) che il rapporto 2D:4D rappresenti una misura indiretta dell'esposizione prenatale agli ormoni maschili e che questa esposizione precoce influenza la produzione degli ormoni sessuali negli adulti.

A seguito del lavoro di Manning, una serie di altri ricercatori si è interessata alla questione del rapporto 2D:4D rilevando che potrebbe essere in relazione a una serie di fattori comportamentali che si presume facciano riferimento a caratteristiche maschili e femminili. La più importante indagine condotta riguardo al rapporto 2D:4D riguarda l'orientamento sessuale. E' stata condotta da Rchard A Lippa, pubblicata nel 2003. Lippa non ha trovato una consistente correlazione per quanto riguarda le donne. Tra gli uomini invece Lippa ha rilevato che un più alto il rapporto 2D:4D (il risultato più 'femminile') è più comune tra gli uomini gay, mentre un rapporto più basso (il risultato più 'maschile') è più comune tra gli uomini eterosessuali. Lo studio sembra ben condotto, ma sempre da prendere con le pinze.

Innanzitutto Lippa richiama l'attenzione sul fatto che si parla di differenze veramente sottili e che va considerato il fattore etnico, fattore attraverso cui lui stesso si è assicurato che la correlazione fosse verificata. Ci sono studi precedenti a questo, inoltre, condotti in maniera molto meno organizzata ed estesa di quello condotto da Lippa, che dimostravano l'esatto contrario, cioè che il rapporto 2D:4D 'tipicamente maschile' fosse più comune tra gli uomini omosessuali che non tra gli eterosessuali. Resta comunque una correlazione tra il rapporto 2D:4D e i livelli ormonali prenatali o pre-parto e tra questi e l'orientamento sessuale degli adulti.

A questo punto lo studio di McIntyre si fa più interessante perché oltre a chiedere ai suoi volontari di compilare il questionario sulle loro caratteristiche comportamentali e le preferenze sessuali, egli ha chiesto anche di fornire una fotocopia della mano destra al fine di valutare il rapporto 2D:4D. I risultati hanno dimostrato che, tra la sua coorte di uomini gay, esclusivamente coloro che avevano un basso rapporto 2D:4D (quindi risultato 'tipicamente maschile') erano più propensi ad un ruolo sessuale passivo, mentre coloro con un più alto rapporto 2D:4D (risultato tipicamente ‘femminile') preferivano un ruolo sessuale attivo. Se gli uomini più 'tipicamente maschili' preferiscono ruoli passivi mentre i più 'tipicamente femminili' preferiscono ruoli attivi, allora anche se una minore esposizione agli ormoni maschili contribuisce a determinare che un uomo sarà gay, non determina le preferenze sessuali nel modo lineare in ci si potrebbe aspettare. In altre parole, la bigotta presunzione che gli uomini gay passivi siano 'a metà strada per essere donne' non è confermata scientificamente.

Per quanto questi risultati siano interessanti e per quanto la scienza non emetta giudizi morali ed è quindi neutra, il mondo in cui certe ricerche vengono discusse e progettate spesso non lo è. La maggior parte degli scienziati che indagano l'orientamento sessuale pensano in termini di ciò che 'causa' l'omosessualità piuttosto che di ciò che 'causa' l'eterosessualità. Quindi ciò riflette ancora la prevalenza numerica degli eterosessuali rispetto agli omosessuali ed è facile passare dai concetti di 'comune/non comune' a quelli di 'normale/non normale'. Quindi chi è incline a certe prospettive può approfittare di qualsiasi accenno a genetica e/o fisiologia per ricavarne una prova che gli consenta di considerare l'omosessualità come un handicap.

Attivisti sessuali sono molto preoccupati degli effetti negativi di questo tipo di ricerche. Vedono tutti gli sforzi per analizzare e spiegare la sessualità come tentativi di limitare la libertà personale. Certe categorie come 'gay' o 'etero' ormai mettono molti a disagio, esattamente come 'top' o 'bottom'. Si potrebbero semplicemente però lasciar sopravvivere certe categorie sociali, che pare restino valide, almeno su larga scala, ma non cercare troppo violentemente di incastrare i gusti sessuali di ognuno nelle scatole etichettate  con 'gay', 'etero' o 'bisex', anche considerando che i gusti sessuali cambiano nell'arco della vita. Inoltre l'associazione tra attributi 'femminili'e particolari preferenze sessuali proprio non regge, innanzitutto perché si continua a pensare al sesso gay in termini etero e poi perché si assume che certi comportamenti sessuali siano 'naturali' per gli uomini, mentre ce ne siano altri 'naturali' per le donne, senza pensare alla possibilità che qualcosa di così complesso, mutevole e multiforme come il comportamento sessuale umano non possa semplicemente essere espresso in termini così crudi e meccanicistici.

lunedì 20 febbraio 2012

Teoria queer - parte 2/2

Dato il suo interesse per la storia della sessualità e la sua radicale snaturalizzazione della predominante comprensione sull'identità sessuale, Michel Foucault è stato un'influenza poststrutturalista fondamentale nello sviluppo della teoria queer. La comprensione di Foucault è che la sessualità è una produzione discorsiva piuttosto che un essenziale attributo umano, è parte della sua ampia concettualizzazione del potere non visto come repressivo e negativo quanto come produttivo e generativo. Cioè, piuttosto che vedere l'utilizzo del potere come soppressione della libera espressione sessuale, questo disconoscimento dell'utilizzo del potere è talmente diffuso che Foucault vi si riferisce come all' "ipotesi repressiva", Foucault sostiene invece che il potere operi discorsivamente per la produzione della sessualità come una verità nascosta che debba essere portata alla luce e specificata in tutte le sue manifestazioni.

"La società che emerse dal XIX secolo - borghese, capitalista, o una società industriale, chiamatela come volete - non affrontò il sesso con un fondamentale rifiuto del suo riconoscimento. Al contrario, mise in funzione interi meccanismi per produrre un vero dibattito a riguardo. Non solo parlò di sesso e costrinse tutti a farlo, ma decise anche di formulare una uniforme verità sul sesso."

Identificare questa fusione tra sesso e verità è la chiave per la moderna invenzione della sessualità, Foucault rifiuta l'idea che la sessualità possa essere autorevolmente definita, si concentra invece sulla discorsiva produzione della sessualità all'interno di regimi di potere e conoscenza: ciò che viene detto su di esso, quali relazioni genera, quali esperienze, quale funzione esso ha storicamente svolto.

Sostenne, in primo luogo, che la sessualità non è essenziale attributo personale ma una libera categoria culturale e, secondo, che è l'effetto del potere piuttosto che il suo oggetto preesistente, il lavoro svolto da Foucalult è stato fondamentale per lo sviluppo della teoria queer, in particolare la sua capacità di comprenderlo come una modalità di analisi senza un oggetto definito.

La comprensione costruttivistica di Foucault secondo cui la sessualità è un effetto delle operazioni discorsive del potere viene sottoscritta dall'importanza che Gayle Rubin ne da in "Thinking Sex". Spesso identificato come uno dei testi fondamentali della teoria queer, il saggio di Rubin segue il rifiuto di Foucault nel dare spiegazioni libidiche e biologiche della sessualità al fine di riflettere sul modo in cui le identità sessuali e i comportamenti sono gerarchicamente organizzati attraverso sistemi di stratificazione sessuale. Chiamata a riconoscere "la dimensione politica della vita erotica", Robin dimostra il modo in cui vengono valorizzate alcune forme di espressione sessuale rispetto ad altre, autorizzando la persecusione di coloro che non rientrano nel ristretto quadro di ciò che costituisce la legittimizzazione sessuale. Come parte del suo progetto di spiegare la regolamentazione e la stratificazione della sessualità, Robin argomenta contro l'ipotesi femminista secondo cui "la sessualità è una derivazione del genere". Mentre riconosce che le relazioni tra i generi siano un contesto importante nell'articolazione del sistema sessuale, sostiene anche che il sesso e il genere non sono sinonimi e che quindi la categorizzazione del genere non può spiegare la sessualità nella sua interezza. L'interesse critico di Rubin alle variazioni sessuali che eccedono ogni differenziazione tra etero e omo richiede "una teoria autonoma e una politica specifica alla sessualità".

L'appello Di Rubin su una analitica distinzione tra genere e sessualità si dimostrò produttivo per Eve Kosofsky Sedgwick, la cui innovativa "Epistemology of the Closet" combina il femminismo alle metodologie antiomofobiche: "Nella cultura occidentale del XX secolo, genere e sessualià rappresentano due assi analitici che possono produttivamente essere immaginati come distinti da un un altro asse, ad esempio, genere e classe, o classe e razza. Distinti, vale a dire, non più che in minima parte, ma comunque in maniera utile.

Sostenendo l'assoluta centralità della sessualità nella comprensione della cultura moderna, "una comprensione di praticamente qualsiasi aspetto della moderna cultura occidentale diviene, non solo incompleta, ma addirittura danneggiata nel suo significato essenziale, nella misura in cui non si comprenda un'analisi critica della moderna definizione di omo/etero-sessualità", Sedgwick dimostra che la distinzione tra omo-etero, che è al centro della moderna definizione sessuale, è fondamentalmente incoerente per due motivi. Da un lato, c'è la persistente contraddizione insita nel voler rappresentare l'omosessualità come una caratteristica di una distinta minoranza della popolazione (Sedgwick si riferisce a ciò come ad "una visione minorizzante") e un desiderio sessuale che potenzialmente riguarda tutti, inclusi i soggetti apparentemente eterosessuali (Sedgwick si riferisce a ciò come ad "una visione universalizzante"). D'altro lato, c'è una insita contraddizione nel pensare all'associazione tra genere e desiderio omosessuale sia in termini transitivi che separatisti, dove la visione transitiva localizza il desiderio come originario nello spazio tra i generi, mentre quella separatista lo pone come la più pura espressione di mascolinità o femminilità.

Proprio come Foucault intende la sessualità non come "una sorta di dote naturale" bensì come "un costrutto storico", così Sedgwick ha compreso che il compito fondamentale non è quello di decidere quale di questi modelli contraddittori descrive più accuratamente l'omosessualità, quanto di analizzare gli effetti conoscitivi che tale contraddizione mette in circolazione. Assumendo che "gli effetti più importanti della moderna definizione omo/etero tendono a scaturire proprio dall'implicitare e negare il divario tra gli effetti minorizzante e universalizzante, o tra genere-transitivo e genere-intransitivo, tipici delle relazioni omosessuali", l'attenzione di Sedgwick va all'irrisolvibile contraddizione dei modelli disponibili per pensare ad una omosessualità che permetta di snaturare le attuali compiacenze rivolte a "rendere meno distruttivo possibile 'l'omosessualità per come oggi la conosciamo'".

Come parte del suo progetto snaturalizzante, Sedgwick punta alle circostanze storiche e concettuali che hanno portato a pensare che la sessualità dipenda solo dal genere di ciascuno, assumendo che il genere di ognuno e il genere di colui da cui è sessualmente attratto segnino il più importante aspetto della sessualità umana. Notando che "la sessualità si estende lungo tante dimensioni che non sono per tutti ben descritti dal genere", Sedgwick sostiene la necessità di porre l'attenzione "ai molteplici, variabili modi in cui le persone possono essere uguali o diverse tra loro". Piuttosto che assumere una differenziazione monolitica basata sulla distinzione omo/etero, Sedgwick si concentra sulla miriade di quotidiane differenze che distinguono le persone sessualmente ma non sono considerate epistemologicamente:

- per alcune persone, la preferenza per un determinato oggetto sessuale, atto, ruolo, zona o scenario è così immemorabile e duratura da poter essere vissuta come innata, per altri, sembra arrivare in ritardo ed essere avvertita come aleatoria o discrezionale.

- per alcune persone, la possibilità che il sesso sia qualcosa di sbagliato è altamente repulsiva, al punto che le loro vite sono fortemente segnate dal cercare di evaderne; per altri non è così.

- per alcune persone, la sessualità offre un necessario spazio di scoperta e accresciuta stimolazione cognitiva. Per altri, la sessualità offre un necessario spazio di assuefazione routinaria e una interruzione cognitiva.

L'insistenza di Sedwick sull'incoerenza dell'attuale definizione di sessualità accoppiata con la fitta schiera di variazioni sessuali che non possono essere comprese dai maggiori assi di differenziazione culturale (come sesso, classe, razza), è stata ripresa nei progetti teorici queer che lavorano opponendosi ai discorsi di normalizzazione di eterosessualità e omosessualità non solo per prendere in considerazione formazioni sessuali che non rientrano in questo binarismo, ma anche per sottolineare gli eterogenei e non sistematizzabili elementi di ogni identità sessuale e di genere.

Il teorico più importante associato con l'analisi degli effetti normatici delle predominanti concezioni su sesso e genere è Judith Butler. Basandosi esplicitamente sul lavoro di Foucault, ma con un'attenzione rivolta ai meccanismi di genere quasi del tutto assenti nel suo lavoro, Butler sostiene che il genere, come la sessualità, non è una verità essenziale derivata dalla materialità corporea quanto piuttosto una regolamentare finzione: "Il genere è la ripetuta stilizzazione del corpo, una serie di atti ripetuti all'interno di una struttura molto rigida di regolamentazione che viene congelata nel tempo per produrre l'apparenza della sostanza, di una naturale sorta di essere." Concentrandosi sulla produzione discorsiva dell'essere, Butler analizza quale lavoro culturale è assicurato dalla rappresentazione del genere come naturale espressione del corpo sessuato, sostenendo in ultima analisi che lo status di eterosessualità come impostazione di base generalmente dipende dall'intelligibilità del genere:

"L'idea secondo cui ci potrebbe essere una "verità" sul sesso, come riportato ironicamente da Foucault, è prodotta proprio attraverso pratiche di regolamentazione che generano coerenti identità attraverso la matrice di coerenti norme sul genere. L'eterosessualizzazione del desiderio richiede e istituisce la produzione di discrete e asimmetriche opposizioni tra "femminile" e "maschile", temini intesi come attributi espressivi di "maschio" e "femmina".

Come effetto pratico di atti reiterati, la produzione discorsiva sul genere naturalizza l'eterosessualità, in quanto l'eterosessualità è il risultato regolare dei rapporti considerati come norma tra sesso, genere e desiderio sessuale.

Seguendo la comprensione di Foucault secondo cui non c'è utopia al di fuori del potere e conseguentemente che la resistenza è possibile solo all'interno dei circuiti stessi in cui il potere opera, Butler assume la possibilità di performatività di genere come una strategia di resistenza, citando come esempio la ripetizione parodistica delle norme sul genere evidenti nella "pratica culturale di drag, cross-dressing e stilizzazione sessuale delle identità butch/femme". Per Butler, tali pratiche contestano la corrente condizione di intelligibilità culturale per soggetti forniti di sesso e genere attraverso una dimostrazione di "status completamente ricostruito del cosiddetto eterosessuale originale". In un libro successivo, "Bodies That Matter" Butler è attento a sottolineare che la performatività non è sinonimo di performance. Lungi dall'essere un'attività giocosa o volontaristica, la performatività di genere è un processo reiterato che costituisce il soggetto come un soggetto. "A questo proposito, la performatività è la precondizione del soggetto" (Jagose). Attirando l'attenzione su "nuove possibilità per il genere che contestano i rigidi codici di binarismi gerarchici", il lavoro di Butler è stato ripreso, sia con entusiasmo che critica, in teoriche ricerche su posizioni soggettive non-eteronormative tipiche della teoria queer.

Sebbene la teoria queer sia preminentemente organizzata intorno alla sessualità, la sua ricerca critica sui mezzi non-normativi è potenzialmente attenta a qualsiasi ordine di differenze che partecipino ai regimi di normalizzazione e devianza sessuale. Piuttosto che separare la sessualità da altri assi di indagine sociale - razza, etnia, classe, genere, nazionalità, e così via - la teoria queer è sempre più strutturata in modo tale che varie categorie di differenze declinino una nell'altra, con un approccio che considera "tutti i più disparati fattori che concorrono alla creazione di diverse identità sociali e il loro giudizio sullo standard della normativa sociale" (Harper). Un filone fondamentale di questa discussione riguarda la capacità dei modelli teorici queer di affrontare le questioni sostanziali della razza e dell'etnia nella costruzione del soggetto queer.

Critiche basate sulla razza e l'attivismo sono state a lungo parte dei contesti femminista e lesbico-gay cruciali per l'evoluzione della teoria queer, particolarmente nella loro persistente sfida alla reificazione di identità presumibilmente fondamentali, come le donne e gli omosessuali. Con un recente lavoro sulla formazione della sessualità affiancato a concetti di razza, etnia, nazionalità, cittadinanza, la teoria queer sfida non solo a considerare i modi significativi in cui le identità sessuali e razziali sono interlacciate, ma anche ad abbandonare la sua autorappresentazione come "terreno neutro in cui le identità, le culture e i movimenti sociali delle persone sono 'spiegate'" (Quiroga). Reciprocamente, i modelli della teoria queer hanno talvolta subito significative trasformazioni attraverso studi tradizionali in campi accademici organizzati da categorie etniche e raziali. Notando questa reciproca relazione volta alla reciproca trasformazione, Jasbir K. Puar scrive: "Visionando ed espandendo il dibattito queer come intervento politico e accademico non solo si parla direttamente delle lacune intorno alla sessualità in studi etnici - come asiatici o americani o studi postcoloniali - ma anche in punti di studi gay e lesbici, studi queer e anche studi sulle donne... verso la necessità di interrompere i regimi disciplinari che continuamente reinventano corpi di teorie a partire da singoli, moderni soggetti."

Il sospetto che i modelli normativi di identità non saranno mai adeguati al lavoro di rappresentanza loro richiesto, fornisce le condizioni di intelligibilità non solo per pensare alla nascita della teoria queer dai modelli basati sull'identità dei movimenti femministi e lesbico-gay, ma anche per la comprensione del XXI secolo e dei frequenti annunci della morte della teoria queer, molto significanti quelli provenienti da prospettive radicali transgender che qualificano i queer come compiacentemente partigiani, impegnati in nozioni come la performatività che rifiuta l'identificazione di cross-gender in qualcosa di diverso da un registro parodico e figurativo.

Principalmente attraverso l'estesa lettura di Butler, ma con riferimenti anche a Laurentis e Sedgwick tra gli altri, Jay Prosser nota che i testi fondamentali della teoria queer hanno figurativamente invocato il concetto di transgender - una identificazione che sta tra i generi - al fine di destabilizzare interpretazioni ricevute sull'identità di genere e di sesso. L'annessione della teoria queer di trasgender ad un suo progetto critico ha, nota Prosses, teso a recuperarlo "come il segno di omosessualità, lo stile di genere definitivo dell'omosessualità". Anche quando queer è inteso non come un sinonimo di omosessualità, ma come un termine che denota performatività, nonreferenzialità e incoerenza rispetto al sistema predominate di sesso e genere, la valorizzazione teorica di transgender lavora contro la legittimazione dello specifico soggetto transessuale: "ciò che viene scartato dal transgender nella sua dislocazione queer, è proprio il valore dell'argomento che riguarda la maggior parte dei transessuali: il racconto di diventare un uomo biologico o una donna biologica (come opposizione all'azione performativa), in breve e semplicemente la materialità del corpo sessuato. Notando che il transgender negozia il suo significato come delicata relazione tra "l'investimento transessuale nella materialità del sesso e una rielaborazione queer del genere nella sessualità", Prosser sufferisce che la teoria queer presti maggiore attenzione alle vitali differenze esistenti proprio tra le categorie che ci si potrebbe aspettare di rappresentare.

Allo stesso modo nel richiedere una sensibilità maggiore verso le pratiche materiali del sesso queer, non semplicemente riguardo alla loro formulazione allegorica, Jacob Hale riferisce dellla scena leatherdyke del Nord America per sostenere che la teoria queer dovrebbe complicare i propri modelli su sesso, genere e sessualità includendo quelli elaborati in specifiche sottocultura sessuali:

"Ecco la lezione, in poche parole: se, come minimo, non capisci le personali e altrui esplicite espressioni sessuali del desiderio queer e del sesso transgender radicale/leatherqueer come riportato nelle pubblicazioni (incluse quelle fatte in casa), non potrai capire i margini, i bordi, delle nostre dominanti espressioni culturali sul sesso, sul genere e sulla sessualità... se non capisci come si vive il genere sui bordi, non potrai capire come si vive il genere al centro."

Mentre questi recenti dibattiti circa l'importanza che la teoria queer prenda in considerazione identità e pratiche di sesso e genere emarginati, sono spesso rappresentati come dispute territoriali, la riluttanza della teoria queer a specificare il proprio oggetto può significare che le sue direzioni future potrebbero essere produttivamente determinate dalle sue omissioni presenti o dalle sue debolezze paradigmatiche.


Organizzando se stessa intorno alla risorta vitalità dei queer, la teoria queer ha puntato la sua pretesa paradossale su qualcosa che è allo stesso tempo in ogni futuro e senza futuro. Per ogni studioso che parla dell'impulso critico dei queer come diretto al futuro, ce n'è un altro che lo rappresenta come già esaurito: "Considerato il veloce mercato americano, forse il momento queer, se è qui oggi, ci sarà per questo motivo anche domani"; "Queer potrebbe presto perdere tutto il proprio effetto per una parola, un segnale, o una minaccia (che potrebbe aver già fatto)"; "La politica Queer potrebbe, ormai, essere sopravvissuta alla sua utilità politica". Questo senso della teoria queer di obsolescenza potrebbe essere letto piuttosto che come un segno del suo inevitabile declino, come una sua transitoria potenziale trasformazione. In effetti il sospetto circa l'utilità attuale della teoria queer è una misura migliore del suo valore rispetto alla istituzionalizzazione e normalizzazione. La più importante capacità della teoria queer, dopo tutto, non è quello di dimostrare che ha avuto ragione, ma di tenere aperta una strategia politica di non referenzialità per pensare ad un futuro che possa essere non territoriale, demotico e provvisorio ma che rimane al presente inimmaginabile.










Berlant, Lauren, and Michael Warner. "What Does Queer Theory Teach Us about X?" PMLA: Publications of the Modern Language Association of America 110, no. 3 (May 1995): 343–349.

Butler, Judith. Bodies That Matter: On the Discursive Limits of "Sex." New York: Routledge, 1993.

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