Esiste una strana comune convinzione, che gli uomini gay si dividano in due gruppi: quelli che amano scopare e quelli che amano farsi scopare. Come se si faccia veramente molta fatica a staccarsi dall’idea che un rapporto sessuale si consumi tra due persone, una delle quali ha da infilare qualcosa in un’altra, che nei rapporti tra eterosessuali a ricevere sia necessariamente la donna e che non esistano altre varianti. L’equivoco poi viene ribaltato dal mondo eterosessuale (ma anche da una parte ‘tradizionalista di quello omosessuale) sulle dinamiche del sesso gay.
L'omosessualità non è una specie di surrogato dell'eterosessualità. I gay non sono "eterosessuali venuti male", così quando ci si innamora, non si cerca di creare una tragica imitazione di un rapporto uomo-donna. Non si cerca di essere quanto più vicini possibile alle persone etero e durante il sesso non c'è uno che fa finta di essere 'donna' mentre l'altro fa l''uomo'. Un uomo gay è attratto sentimentalmente e sessualmente da un uomo perché è un uomo. Nessuno dei due vuole essere donna, nessuno dei due vuole che l'altro sia donna. Questo è quello che significa l'omosessualità anche se, come sempre, la situazione è più complicata di come possa sembrare.
Non ci vogliono grandi doti mentali per rendersi conto che in quasi tutte le società l'eterosessualità è la cultura sessuale dominante. Non è una cosa necessariamente da biasimare o vedere come ingiusta, la maggioranza delle persone sono etero quindi l'eterosessualità diventa inevitabilmente una forza dominante, ma produce anche un certo numero di effetti che vanno considerati. Uno degli effetti più rilevanti è che risulta molto difficile guardare l'omosessualità in termini non eterosessuali. Anche se due uomini a letto possono godere di un'esperienza più ampia rispetto ad una coppia di sessi opposti (in realtà anche le coppie uomo-donna possono avere dinamiche sessuali assolutamente non convenzionali), ci sono uomini gay che ancora si assegnano un ruolo sessuale usando termini come 'top', 'bottom (o 'attivo', 'passivo', che hanno lo stesso significato) per descrivere se stessi.
Dall'esperienza pratica però la divisione tra i due ruoli è messa in dubbio. Pochissime persone sembrano essere attive al 100% e passive al 100%. La maggior parte delle persone sono versatili almeno in parte, ma hanno genericamente un ruolo in cui si trovano maggiormente a loro agio. Alcuni uomini gay però insistono a dirsi rigidamente una cosa o l'altra e il fatto che abbiano scelto proprio uno stereotipo che ricorda molto quello eterosessuale potrebbe portare a chiedersi quanto questo sia radicato nella nostra cultura e quali siano le motivazioni di questa scelta.
Considerando l’età media di un ruolo rispetto all’altro, si ricava che le persone che sostengono di essere esclusivamente passive sembrano avere una certa 'ansia da prestazione' o sono sessualmente inesperte, e pensano che cominciare sulla strada del bottom sia più facile. Sembra che ci siano motivazioni simili, ma diverse, per le persone che si dicono esclusivamente attive. Per alcuni è sintomo della difficoltà di venire a patti con il fatto stesso di essere gay (ancora adesso un sacco di uomini pensano che siccome non vengono mai penetrati, non possano essere considerati gay, anche se scelgono partner sessuali uomini e non donne). Ci sono anche persone condizionate dallo 'stigma' associato all'assunzione di un ruolo passivo (alcune persone vedono l'essere penetrate come incompatibile con l''essere uomo').
L'analisi fin qui è totalmente aneddotica, ma è apparso sul sito Scientific American un articolo, nel 2009, scritto da Jesse Bering della Queen University, il cui scopo principale era quello di fornire una panoramica, in base alle conoscenze scientifiche, di ciò che può esserci alle spalle dei ruoli sessuali assunti dagli uomini gay. Il pezzo è interessante anche se alcuni elementi a riguardo stonano.
Per iniziare, l'articolo assume un tono stranamente difensivo, come se scrivere sull'omosessualità sia qualcosa che necessita di essere giustificato. Il secondo paragrafo si apre in questo modo:
"Sono molto consapevole del fatto che alcuni lettori potrebbero pensare che questo tipo di articolo non è nello stile di questo sito. Ma la caratteristica importante di una buona scienza è che essa è amorale, obiettiva e non portata a soddisfare la corte dell'opinione pubblica. I dati non fanno rabbrividire, la gente si."
Vent’anni fa questo tipo di nervosismo non avrebbe stupito nessuno, nell'anno di pubblicazione dell'articolo appare un po' fuori luogo. A giudicare dai commenti che furono dati a caldo dopo la pubblicazione, le persone erano del tutto preparate a leggere informazioni sull'argomento su un sito scientifico. Si tiene comunque in considerazione che il campo di ricerca è in una fase iniziale e che non è sicuramente colpa dell'autore se non ci sono conclusioni definitive. Comunque, in generale, l'articolo non sembra essere stato accolto né con ostilità, né con imbarazzo.
Si parte da un documento del 2003, redatto da Trevor Hart, che rivela la cosa non particolarmente sorprendente che se chiedete ad un gruppo di uomini gay quale ruolo preferiscono tra top, bottom e versatile e poi chiedete loro di descrivervi i loro gusti sessuali a letto, i top saranno attivi, i bottom saranno passivi e i versatili entrambi. Non significa necessariamente che essi abbiano avuto esperienza in merito, semplicemente che si trovano a proprio agio pensando a quel determinato ruolo e a quel determinato tipo di attività sessuale. Per fortuna trovare questa informazione non era l'obiettivo principale della ricerca.
Lo studio è stato finanziato dal Centers for Disease Control degli Stati Uniti che stava cercando di stabilire se le etichette con cui questi uomini si auto-identificavano fossero in relazione con pratiche sessuali non sicure. Questo per la convinzione che gli uomini che si identificano come attivi siano meno propensi a praticare sesso sicuro rispetto agli uomini che si identificano come passivi, forse perché la trasmissione dell'HIV dal partner passivo a quello attivo è considerata meno probabile e quindi top che pratichino sesso non protetto sono soggetti a minori rischi personali. Lo studio ha evidenziato che non c'era nessuna chiara correlazione tra l'uso del preservativo e il ruolo sessuale dichiarato come preferito. Da notare che la ricerca si basa su un campione di persone diagnosticate come HIV positive, un gruppo cioè da cui ci si potrebbe aspettare un uso non rigoroso del preservativo prima della diagnosi rispetto alla maggior parte degli uomini gay.
Nonostante questo risultato negativo lo studio ha evidenziato altre correlazioni di per sé degne di nota. Ad esempio che gli uomini che si sono identificati come top avevano più difficoltà a descrivere se stessi come gay e avevano maggiore probabilità di aver avuto recenti incontri con donne. Questo risultato suggerisce che gli uomini che si descrivono come top hanno maggiori possibilità di essere bisessuali, ma la correlazione è complicata dal fatto rilevato che gli uomini che si definiscono come top sono anche più propensi ad ammettere sentimenti di auto-disgusto nei confronti delle loro attività o desideri omosessuali. Si potrebbe ricavare quindi che tali uomini fanno sesso anche con donne per bilanciare o mascherare questi sentimenti negativi nei confronti della propria sessualità. Si rileva anche che coloro che si descrivono come versatili sembrano godere di un senso di benessere psicologico maggiore rispetto a coloro che si definiscono esclusivamente passivi o attivi.
Hart ha anche scoperto che la distinzione tra top e bottom andava al di là della pratica anale. Ad esempio i bottom si sono rivelati più propensi a fare fellatio che a farsi fare fellatio. Un altro studio, condotto da David A Moskowitz, non solo ha confermato ciò, ma ha anche scoperto che i due ruoli sono da estendere anche a comportamenti più generali, sul piano della comunicazione ad esempio tra l'essere più assertivo o più aggressivo. Il successivo studio è stato realizzato da Matthew H McIntyre, riportato sulla rivista Archives of Sexual Behavior nel 2003. Un campione relativamente piccolo di uomini gay (44), ex studenti dell'Università di Harvard, hanno risposto ad un questionario in cui è stato chiesto loro di fornire una serie di dettagli circa infanzia, preferenze lavorative e preferenze sessuali. La tipologia di risposta è stata classificata tra lo stereotipo "femminile" e lo stereotipo "maschile". Si è rilevato che persone che hanno assunto comportamenti “femminili” durante la loro infanzia, più facilmente si sono orientati verso preferenze lavorative “femminili” e verso un ruolo passivo durante gli incontri sessuali. Analogamente persone che hanno assunto comportamenti “maschili” durante l'infanzia si sono orientati verso ruoli lavorativi da considerarsi “maschili” e verso un ruolo attivo durante il sesso.
Il modo stesso in cui certe ricerche sono state condotte, passando attraverso stereotipi di genere binario, sembra ribadire l'idea iniziale e cioè che l'omosessualità sia un surrogato dell'eterosessualità, che gli uomini gay vadano divisi in due categorie, coloro che 'agiscono come uomini' e a cui piace scopare, e coloro che 'agiscono come donne' e a cui piace farsi scopare. Ci sarebbero quindi sorprendenti somiglianze tra coppie omosessuali ed eterosessuali, ma ci sono anche molte ragioni per le quali essere cauti nel fare affidamento su certe conclusioni.
In primo luogo le associazioni risultato delle ricerche di McIntyre non sono quelle per le quali la sua ricerca era stata concepita. In secondo luogo, le persone coinvolte provenivano da un ambiente sociale molto ristretto, tutti avevano studiato alla prestigiosa (e costosa) Università di Harvard. I partecipanti a certi studi sono sempre volontari, naturalmente, ma in questo caso la risposta è stata molto ridotta: solo il 28,6% degli invitati a prendervi parte lo ha fatto. Quindi una larga parte di coloro che erano stati invitati a contribuire alla ricerca di McIntyre non erano felici di parteciparvi. Dato il disagio con l'idea molto diffusa che gli uomini gay si dividano tra virili e effeminati, è del tutto probabile che coloro che non pensano a se stessi in questi termini non abbiano interesse a partecipare a queste ricerche e questo potrebbe aver falsato i risultati di McIntyre. Inoltre l'età media dei partecipanti era piuttosto elevata (tra i 31 e i 76 anni) e ciò potrebbe aver avuto un certo impatto sulla loro propensione a definirsi in termini paradigmatici eterosessuali, ciò in quanto ormai sorpassate teorie sull'omosessualità tendevano a portare avanti un'idea secondo cui gli omosessuali erano semplicemente eterosessuali che avevano subito una deviazione dal 'normale' percorso dello sviluppo psicosessuale.
L'interesse primario di McIntyre però era quello di condurre una ricerca sui possibili collegamenti esistenti tra una misurazione fisica conosciuta come rapporto '2D:4D' e le preferenze di ruolo sessuale dell'ambiente gay maschile. Il rapporto 2D:4D è una misura standard della differenza di lunghezza tra il dito indice e l'anulare della mano, di preferenza quella destra. Uno studio del 1998 condotto da JT Manning e altri presso l'Università di Liverpool, ha portato a dire che gli uomini hanno, in media, un rapporto 2D:4D di 0,98 (il che significa che l'anulare è più lungo rispetto all'indice), mentre per le donne il rapporto medio è 1,0 (il che significa che le due dita hanno la stessa lunghezza). Lo stesso studio ci dice anche che per il 'maschio tipico' il rapporto 2D:4D (quindi il dito anulare relativamente più lungo) è collegato ad elevati livelli di testosterone, mentre nella 'femmina tipica' il rapporto 2D:4D (dito anulare relativamente più corto) è associato a più alti livelli di ormoni femminili, cosa riscontrata sia negli uomini che nelle donne. Gli autori suggeriscono (per ragioni relativamente complesse associate allo sviluppo fetale e alla genetica) che il rapporto 2D:4D rappresenti una misura indiretta dell'esposizione prenatale agli ormoni maschili e che questa esposizione precoce influenza la produzione degli ormoni sessuali negli adulti.
A seguito del lavoro di Manning, una serie di altri ricercatori si è interessata alla questione del rapporto 2D:4D rilevando che potrebbe essere in relazione a una serie di fattori comportamentali che si presume facciano riferimento a caratteristiche maschili e femminili. La più importante indagine condotta riguardo al rapporto 2D:4D riguarda l'orientamento sessuale. E' stata condotta da Rchard A Lippa, pubblicata nel 2003. Lippa non ha trovato una consistente correlazione per quanto riguarda le donne. Tra gli uomini invece Lippa ha rilevato che un più alto il rapporto 2D:4D (il risultato più 'femminile') è più comune tra gli uomini gay, mentre un rapporto più basso (il risultato più 'maschile') è più comune tra gli uomini eterosessuali. Lo studio sembra ben condotto, ma sempre da prendere con le pinze.
Innanzitutto Lippa richiama l'attenzione sul fatto che si parla di differenze veramente sottili e che va considerato il fattore etnico, fattore attraverso cui lui stesso si è assicurato che la correlazione fosse verificata. Ci sono studi precedenti a questo, inoltre, condotti in maniera molto meno organizzata ed estesa di quello condotto da Lippa, che dimostravano l'esatto contrario, cioè che il rapporto 2D:4D 'tipicamente maschile' fosse più comune tra gli uomini omosessuali che non tra gli eterosessuali. Resta comunque una correlazione tra il rapporto 2D:4D e i livelli ormonali prenatali o pre-parto e tra questi e l'orientamento sessuale degli adulti.
A questo punto lo studio di McIntyre si fa più interessante perché oltre a chiedere ai suoi volontari di compilare il questionario sulle loro caratteristiche comportamentali e le preferenze sessuali, egli ha chiesto anche di fornire una fotocopia della mano destra al fine di valutare il rapporto 2D:4D. I risultati hanno dimostrato che, tra la sua coorte di uomini gay, esclusivamente coloro che avevano un basso rapporto 2D:4D (quindi risultato 'tipicamente maschile') erano più propensi ad un ruolo sessuale passivo, mentre coloro con un più alto rapporto 2D:4D (risultato tipicamente ‘femminile') preferivano un ruolo sessuale attivo. Se gli uomini più 'tipicamente maschili' preferiscono ruoli passivi mentre i più 'tipicamente femminili' preferiscono ruoli attivi, allora anche se una minore esposizione agli ormoni maschili contribuisce a determinare che un uomo sarà gay, non determina le preferenze sessuali nel modo lineare in ci si potrebbe aspettare. In altre parole, la bigotta presunzione che gli uomini gay passivi siano 'a metà strada per essere donne' non è confermata scientificamente.
Per quanto questi risultati siano interessanti e per quanto la scienza non emetta giudizi morali ed è quindi neutra, il mondo in cui certe ricerche vengono discusse e progettate spesso non lo è. La maggior parte degli scienziati che indagano l'orientamento sessuale pensano in termini di ciò che 'causa' l'omosessualità piuttosto che di ciò che 'causa' l'eterosessualità. Quindi ciò riflette ancora la prevalenza numerica degli eterosessuali rispetto agli omosessuali ed è facile passare dai concetti di 'comune/non comune' a quelli di 'normale/non normale'. Quindi chi è incline a certe prospettive può approfittare di qualsiasi accenno a genetica e/o fisiologia per ricavarne una prova che gli consenta di considerare l'omosessualità come un handicap.
Attivisti sessuali sono molto preoccupati degli effetti negativi di questo tipo di ricerche. Vedono tutti gli sforzi per analizzare e spiegare la sessualità come tentativi di limitare la libertà personale. Certe categorie come 'gay' o 'etero' ormai mettono molti a disagio, esattamente come 'top' o 'bottom'. Si potrebbero semplicemente però lasciar sopravvivere certe categorie sociali, che pare restino valide, almeno su larga scala, ma non cercare troppo violentemente di incastrare i gusti sessuali di ognuno nelle scatole etichettate con 'gay', 'etero' o 'bisex', anche considerando che i gusti sessuali cambiano nell'arco della vita. Inoltre l'associazione tra attributi 'femminili'e particolari preferenze sessuali proprio non regge, innanzitutto perché si continua a pensare al sesso gay in termini etero e poi perché si assume che certi comportamenti sessuali siano 'naturali' per gli uomini, mentre ce ne siano altri 'naturali' per le donne, senza pensare alla possibilità che qualcosa di così complesso, mutevole e multiforme come il comportamento sessuale umano non possa semplicemente essere espresso in termini così crudi e meccanicistici.
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