E' di vitale importanza capire come il nostro corpo reagisca al dolore e capire come i popoli abbiano storicamente usato il dolore come strumento mistico e religioso. Ralph W. Hood Jr, sociologo che ha condotto esperimenti sul corpo sottoposto a stress, ha suggerito che la mente può trasformare lo stress in raffiche di estasi nell'intento di alleviare temporaneamente la tensione. Semplicemente invertendo le normali esperienze corporee, causando cioé al corpo sensazioni che non fanno parte della sua quotidianeità, è possibile stimolare temporaneamente uno stato alterato di percezione che può condurre ad un senso di trascendenza.
Anche le endorfine giocano un ruolo determinante nelle esperienze religiose che coinvolgono il dolore fisico. Alla sensazione di dolore il corpo reagisce secernendo un antidolorifico chimico naturale che può indurre sensazione di euforia. La ricerca mostra che durante periodi di prolungata attività fisica (dolore incluso), c'è una risposta fisiologica che comporta un'aumentata frequenza cardiaca, una ridotta pressione sanguigna, una ridotta quantita degli ormoni che provocano stress e un aumento della quantità di endorfine. Tutto ciò può causare un alterato stato di coscienza e un temporaneo stato di "high". La naturale attrazione verso il dolore autoinferto può essere legata alla ricerca di questa sensazione.
Andrew Newberg e Eugene D’Aquili classificano il metodo che prevede l'utilizzo del dolore nelle esperienze religiose come "bottom-up" (giù-su). In questo metodo l'esperienza religiosa viene ricercata e vissuta come uno "sfruttare l'eccitazione del sistema nervoso autonomo, che attiva nel corpo la risposta combatti-o-scappa, causando un aumento dell'adrenalina nel sangue e quindi un aumendo della frequenza cardiaca e della respirazione". Robert Ellwood classifica la tecnica che sfrutta il dolore nelle esperienze mistiche come "Hard-Easy" (Difficile-Facile), ciò in quanto si tratta spesso di andare fisicamente incontro ad esperienze difficili e faticose per il raggiungimento dell'obiettivo.
E' importante notare che l'associazione tra le reazioni fisiologiche e l'esperienza mistica non implica il ridurre queste esperienze ad un puro stato fisico, se così si procedesse non se ne otterrebbe comunque una rappresentazione completa. Sarebbe fallace dal punto di vista logico pensare che stati mentali alterati possano essere indotti in laboratorio attraverso l'uso del dolore (o, più probabilmente, attraverso la meditazione o l'uso di sostanze chimiche), così come pensare che non ci sia nulla "oltre" questi stati. E' possibile che questi stati fisiologici alterati semplicemente rendano la mente più ricettiva al metafisico. William James si schiera con forza contro la tendenza al riduzionismo medico. Allo stesso modo, Andrew Newberg, sottolinea che una determinata esperienza non può essere giudicata soltanto dall'evento neurologico che può esserne alla base così come avere una misurabile differenza biologica non invaliderà esperienze dello stesso tipo.
Dai modelli di cui sopra è possibile notare i diversi punti di vista con cui il dolore viene vissuto nel contesto religioso. Ma quale valore assume il dolore quando è utilizzato in un contesto rituale? Ci sono diversi valori primari che mistici e utilizzatori di dolore hanno reclamato: rilascio emozionale, sollievo dal senso di colpa o espiazione, autosacrificio, induzione di alterati stati di coscienza e connessione al divino. Spesso il dolore viene utilizzato come mezzo per raggiungere una grande liberazione emotiva, la sollecitazione del corpo attraverso il dolore produce reazioni emotive che altirmento non sarebberso state innescate. Un uomo Lakota che ha sofferto di diversi problemi accompagnati da depressione racconta la sua esperienza vissuta durante la Danza del Sole e di quando ne ha ricevuto i piercing al petto: "Ho sentito dolore, ma ho anche sentito la vicinanza al Creatore. Mi veniva da piangere per tutte le persone che avevano bisogno delle mie preghiere... ciò ha portato lacrime ai miei occhi".
Un valore molto comune attribuito al dolore religioso è quello di sollievo dalla colpa o preventivo pagamento per i peccati, come indicato nel modello Giuridico. Questo è spesso il motivo ritrovato nell'operato di santi e martiri cristiani. In questi casi, la punizione del corpo è vista come modo per la persona di "pagare" per i peccati commessi, allo scopo di alleviare la colpa e l'ansia verso la giustizia che si crede arriverà al momento della morte. Ovviamente, tale gesto può avere un valore psicologico positivo per la persona che sceglie di infliggersi dolore.
Il dolore può essere usato come modalità di autosacrificio. Sacrificio per la comunità, Dio, gli antenati o una figura religiosa, ha valore di resa dell'Io e mostra simbolicamente una devozione personale all'oggetto di culto cui tale azione è dedicata. Questo è chiaramente individuabile nella Danza del Sole degli Indiani delle Pianure, che trafiggono e strappano la propria carne per onorare i propri antenati e la comunità, nei flafellanti musulmani che si feriscono per celebrare il lutto per Hussein e il massacro di Karbala. Carl Jung vede questo tipo di autosacrificio come una resa costruttiva dell'Io, ma può essere visto anche come un modo positivo di rafforzare l'ego e rivitalizzare gli obiettivi essenziali della persona nel suo complesso.
Infine il modello Magico/Psicotropico e gli stati alterati di coscienza. Mentre il dolore autoinflitto all'interno di un contesto religioso non è argomento comune per trattati di psicologia, si possono trovare scritti che parlano di dolore nel contesto della teoria psicoanalitica delle Relazioni Oggettuali, nelle opere di alcuni psicoanalisti (in particolare Freud e Jung) e nella prospettiva funzionalista di William James. E' il modello in cui si inquadrano molte pratiche ascetiche e il movimento contemporaneo paradossalmente denominato "primitivismo moderno" che utilizza rituali dolorosi per il progresso spirituale e psicologico.
Freud e psicoanalisti freudiani seguono la prospettiva secondo cui l'autoinfliggersi dolore in ambito religioso è una reazione dell'Io ai senso di colpa, stimolato da problemi radicati nel Super-Io. Glucklich ne da l'esempio del mistico cristiano che indossa un cilicio. Per gli psicoanalisti freudiani ciò sarebbe la prova dell'esistenza di un conflitto psicologico per cercare di reprimere la natura seduttiva della carne. Freud interpreta il dolore autoinferto con una connotazione negativa all'interno della vita religiosa della persona. In tale ottica la funzione del dolore sarebbe quella di pacificare una lotta psicologica tra Io e Super-Io, lotta innescata dal senso di colpa di natura sessuale in ambito religioso. Masochisti di questo tipo sono spesso associati alla sessualità all'interno di testi di psicoanalisi, la loro è una erocitizzazione del dolore per il controllo del proprio senso di colpa. Anche se Freud non l'ha fatto, Carl Jung ha tracciato una linea di demarcazione tra nevrosi patologica e forme di autosacrificio con uso di dolore in ambito religioso, essendo la prima vista come distruttiva e le seconde come resa positiva dell'Io. Più tardi gli psicoanalisti hanno ampliato le loro valutazioni sull'uso del dolore per estenderle da un ambito sessuale ad altri contesti culturali. L'attenzione si sposta per visualizzare l'oggetto come mezzo di affermazione dell'autostima e ampliamento della propria identità.
La teoria delle Relazioni Oggettuali, un ramo della psicoanalisi, fornisce un modo simile per esplorare la funzione del masochismo religioso. Questa teoria considera la psicologia umana come un mondo di relazioni piuttosto che un'unità. Da questo punto di vista oggetti comuni possono divenire quello che viene chiamato "Oggetto-Sé", una estensione della propria immagine. Se si volesse cercare il valore del dolore esso andrebbe quindi ricercato negli strumenti utilizzati per autoinfliggersi ferite. Il cilicio può essere associato alla figura della madre, per esempio, mentre una lama di rasoio alla figura del padre. Il simbolismo associato ad un oggetto quando viene utilizzato per infliggere dolore può agire come strumento per influenzare l'identità cognitiva di chi ne fa uso.
William James, figura di spicco della psicologia americana, ha analizzato l'uso del dolore autoinflitto secondo un punto di vista funzionalistico. James offre diverse teorie sull'uso del dolore in un contesto religioso. Egli suppone sia presumibilmente generato da sentimenti pessimistici su se stessi, un modo per fuggire alla sofferenza che arriverà nella vita ultraterrena o anche come risultato di una distorsione del sentire che permette al corpo di interpretare il dolore come piacere. Anche se James critica l'uso del dolore che considera mezzo eccessivo crede che esso possa svolgere un ruolo all'interno della fede religiosa. James crede che esperienze di conversione alle religioni sono più comuni quando il corpo o la mente vivono esperienze drammatiche. Scrive che l'"anima malata" ha il più grande potenziale per sperimentare una connessione col divino e cita casi di psicologia sperimentale in cui vi è rilevante associazione tra le attività dolorose e le esperienze spirituali.
E' evidente che il dolore autoinflitto è stato frequentemente utilizzato in contesti religiosi e spesso con grande valore per il praticante. Le motivazioni che vi conducono sono diverse e vanno da necessità mistiche a psicologiche. Ne la scienza ne la religione possono affermare che il dolore autoinflitto sia qualcosa di semplice, come una nevrosi o dipendenza da endorfine, o un meccanismo complesso e intricato per alterare la propria coscienza o connettersi con una più grande realtà. Mentre sembrano esserci poche risposte a molte domande, queste informazioni portano in primo piano molti punti validi prevedendo un futuro di interessanti esplorazioni sia nella psicologia, sia nella religione.
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