sabato 11 febbraio 2012

Uso del dolore nelle esperienze mistiche - parte 1/2

In tutto il mondo e in qualsiasi epoca storica è comune trovare storie di persone che si sono sottoposte a rituali che prevedono l'uso del dolore fisico come metodo di esplorazione della propria spiritualità. Qual'è la motivazione religiosa e psicologica che sta dietro questo tipo di azioni? Si può suggerire che il dolore in contesti rituali soddisfi alcune necessità mentali degli uomini. Ma quali sono queste necessità e come agiscono esattamente su di esse tali rituali? L'uso del dolore fisico riflette la passione per l'effetto delle endorfine, la ricerca di una più profonda esperienza fisica e mentale oppure uno squilibrio psicologico? Ci si propone qui di esplorare i vari rituali che coinvolgono il dolore per dare possibili risposte a queste domande.

Il dolore fisico è uno dei più grossi tabù della società occidentale, nonostante ciò il suo uso rituale si può ritrovare nei più diversi culti religiosi, soprattutto tra gli asceti, sia che sia autoinflitto che inflitto da altri. Un esempio di masochismo religioso si può trovare nell'uso dei piercing utilizzati durante la Danza del Sole, rito tipico delle nazioni tribali del Nord America. Oppure nell'uso del fuoco tra gli Hindu yogi, tra i flagellanti cristiani, nell'autolesionismo dei musulmani shiiti e nella scarificazione in uso tra le tribù africane. Secondo una tradizione Zen alcuni adepti hanno ragiunto l'illuminazione solo dopo essere stati feriti dai loro maestri. Tali esperienze hanno in comune il valore dato al dolore quale importante coadiuvante dell'esperienza religiosa.

A livello biologico tutto il dolore è sostanzialmente uguale. Ciò che avviene nel corpo è universale tra gli esseri umani, sono invece le reazioni ad essere fortemente dipendenti dal contesto. L'American Medical Association descrive il dolore come "sensazione spiacevole dovuta al danneggiamento dei tessuti". Quando si sente dolore il corpo rilascia andrenalina nel flusso sanguigno, il che aumenta la frequenza cardiaca e accelera la respirazione. Ciò porta sangue e zuccheri al cuore, ai polmoni, agli arti e agli organi. Questa risposta corporea è conosciuta come "combatti o fuggi", tipica degli esseri evoluti in quanto mezzo di sopravvivenza.

Tuttavia, c'è qualcosa di più rispetto alla semplice risposta fisiologica. Ci sono elementi che suggeriscono che la sensazione di dolore è spesso minimizzata se non completamente ingnorata in presenza di circostanze più incalzanti. Questo è il caso di soldati gravemente feriti che raccontano di non aver sentito alcun dolore fintanto che si trovavano in una situazione di pericolo. L'importanza del contesto suggerisce che la mente gioca un ruolo importante sul come il dolore viene sentito e interpretato. Si possono confrontare a tal proposito le reazioni delle vittime di incidenti di auto e di soldati in presenza dello stesso tipo di ferita. I primi lamentano alti livelli di dolore accompagnati spesso da danni emotivi, i secondi molto meno dolore rappresentandolo in un contesto positivo "salvavita".

Gli asceti hanno imparato da tempo il valore di collocare il dolore nel contesto appropriato. E' proprio lo sforzo psicologico di porre le sofferenze nel giusto contesto che permette loro di sopportare le lesioni autoinflitte (o anche i dolori naturali). L'icona cattolica Santa Maria Maddalena ne è un esempio. Per gran parte della sua vita Maria si inflisse severe torture nell'intento di "trasformare la sua mente in uno strumento di Gesù". Tuttavia, quando Maria si ammalò gravemente, trovò il dolore della malattia insopportabile fin quando non imparò a contestualizzarlo attribuendogli un valore che lo trasformasse in qualcosa di "desiderabilmente dolce".

Per comprendere a pieno il valore del dolore all'interno dei rituali fisici si possono esaminare i modelli con cui il dolore è stato storicamente usato in tali rituali. Nonostante il dolore sia, a livello biologico, sempre lo stesso, è stato utilizzato in diversi paradigmi di fede.

Ariel Glucklich delinea cinque rilevanti modelli in cui può essere inquadrato il dolore in un contesto religioso.
Il modello Giuridico inquadra i rituali dolorosi in un contesto punitivo. Glucklich indica l'esempio del flagellante, in grado di farsi del male come penitenza ai propri peccati. Egli suggerisce che tale dolore ha il vantaggio di eliminare la paura della punizione inferta da una fonte superiore (Dio, karma) o di una colpa.
Il modello Militare viene comparato alla battaglia contro un nemico. Benché molti vedano il dolore come un nemico, scrittori cristiani e musulmani hanno spesso visto l'anima incarnata come il nemico. Per cui il dolore diventa in realtà l'arma con cui combattere il nemico, far male alla carne diventa il mezzo col quale l'anima viene liberata. Giovanni Calvino, famoso teologo cristiano, sostenne questa prospettiva. Gli asceti che fanno propria questa filosofia tengono in gran conto sia il dolore autoinferto, sia i vari dolori naturali dei quali possano soffrire durante la loro vita. Simeone lo Stilita, un santo cattolico, si racconta che abbia letteralmente torturato se stesso fino alla morte per amore del dolore.
C'è poi il dolore Atletico, che comporta l'uso del dolore come strumento per temprare il corpo, filosofia con la quale viene usato presso gli yogi.
Nel modello Magico il dolore viene vissuto come una occasione di trasformazione per accedere ad esperienze mistiche.
Infine Glucklick discute del dolore Psicotropico/Estatico, usato per timolare stati di euforia e livelli alterati di coscienza come attribuito agli asceti di varie religioni.

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