In tutto il mondo e in qualsiasi epoca storica è comune trovare storie
di persone che si sono sottoposte a rituali che prevedono l'uso del
dolore fisico come metodo di esplorazione della propria spiritualità.
Qual'è la motivazione religiosa e psicologica che sta dietro questo tipo
di azioni? Si può suggerire che il dolore in contesti rituali soddisfi
alcune necessità mentali degli uomini. Ma quali sono queste necessità e
come agiscono esattamente su di esse tali rituali? L'uso del dolore
fisico riflette la passione per l'effetto delle endorfine, la ricerca di
una più profonda esperienza fisica e mentale oppure uno squilibrio
psicologico? Ci si propone qui di esplorare i vari rituali che
coinvolgono il dolore per dare possibili risposte a queste domande.
Il dolore fisico è uno dei più grossi tabù della società
occidentale, nonostante ciò il suo uso rituale si può ritrovare nei più
diversi culti religiosi, soprattutto tra gli asceti, sia che sia
autoinflitto che inflitto da altri. Un esempio di masochismo religioso
si può trovare nell'uso dei piercing utilizzati durante la Danza del
Sole, rito tipico delle nazioni tribali del Nord America. Oppure
nell'uso del fuoco tra gli Hindu yogi, tra i flagellanti cristiani,
nell'autolesionismo dei musulmani shiiti e nella scarificazione in uso
tra le tribù africane. Secondo una tradizione Zen alcuni adepti hanno
ragiunto l'illuminazione solo dopo essere stati feriti dai loro maestri.
Tali esperienze hanno in comune il valore dato al dolore quale
importante coadiuvante dell'esperienza religiosa.
A livello biologico tutto il dolore è sostanzialmente uguale. Ciò
che avviene nel corpo è universale tra gli esseri umani, sono invece le
reazioni ad essere fortemente dipendenti dal contesto. L'American
Medical Association descrive il dolore come "sensazione spiacevole
dovuta al danneggiamento dei tessuti". Quando si sente dolore il corpo
rilascia andrenalina nel flusso sanguigno, il che aumenta la frequenza
cardiaca e accelera la respirazione. Ciò porta sangue e zuccheri al
cuore, ai polmoni, agli arti e agli organi. Questa risposta corporea è
conosciuta come "combatti o fuggi", tipica degli esseri evoluti in
quanto mezzo di sopravvivenza.
Tuttavia, c'è qualcosa di più rispetto alla semplice risposta
fisiologica. Ci sono elementi che suggeriscono che la sensazione di
dolore è spesso minimizzata se non completamente ingnorata in presenza
di circostanze più incalzanti. Questo è il caso di soldati gravemente
feriti che raccontano di non aver sentito alcun dolore fintanto che si
trovavano in una situazione di pericolo. L'importanza del contesto
suggerisce che la mente gioca un ruolo importante sul come il dolore
viene sentito e interpretato. Si possono confrontare a tal proposito le
reazioni delle vittime di incidenti di auto e di soldati in presenza
dello stesso tipo di ferita. I primi lamentano alti livelli di dolore
accompagnati spesso da danni emotivi, i secondi molto meno dolore
rappresentandolo in un contesto positivo "salvavita".
Gli asceti hanno imparato da tempo il valore di collocare il dolore
nel contesto appropriato. E' proprio lo sforzo psicologico di porre le
sofferenze nel giusto contesto che permette loro di sopportare le
lesioni autoinflitte (o anche i dolori naturali). L'icona cattolica
Santa Maria Maddalena ne è un esempio. Per gran parte della sua vita
Maria si inflisse severe torture nell'intento di "trasformare la sua
mente in uno strumento di Gesù". Tuttavia, quando Maria si ammalò
gravemente, trovò il dolore della malattia insopportabile fin quando non
imparò a contestualizzarlo attribuendogli un valore che lo trasformasse
in qualcosa di "desiderabilmente dolce".
Per comprendere a pieno il valore del dolore all'interno dei rituali
fisici si possono esaminare i modelli con cui il dolore è stato
storicamente usato in tali rituali. Nonostante il dolore sia, a livello
biologico, sempre lo stesso, è stato utilizzato in diversi paradigmi di
fede.
Ariel Glucklich delinea cinque rilevanti modelli in cui può essere inquadrato il dolore in un contesto religioso.
Il
modello Giuridico inquadra i rituali dolorosi in un contesto punitivo.
Glucklich indica l'esempio del flagellante, in grado di farsi del male
come penitenza ai propri peccati. Egli suggerisce che tale dolore ha il
vantaggio di eliminare la paura della punizione inferta da una fonte
superiore (Dio, karma) o di una colpa.
Il modello Militare viene comparato alla battaglia contro un nemico.
Benché molti vedano il dolore come un nemico, scrittori cristiani e
musulmani hanno spesso visto l'anima incarnata come il nemico. Per cui
il dolore diventa in realtà l'arma con cui combattere il nemico, far
male alla carne diventa il mezzo col quale l'anima viene liberata.
Giovanni Calvino, famoso teologo cristiano, sostenne questa prospettiva.
Gli asceti che fanno propria questa filosofia tengono in gran conto sia
il dolore autoinferto, sia i vari dolori naturali dei quali possano
soffrire durante la loro vita. Simeone lo Stilita, un santo cattolico,
si racconta che abbia letteralmente torturato se stesso fino alla morte
per amore del dolore.
C'è poi il dolore Atletico, che comporta l'uso del dolore come strumento
per temprare il corpo, filosofia con la quale viene usato presso gli
yogi.
Nel modello Magico il dolore viene vissuto come una occasione di trasformazione per accedere ad esperienze mistiche.
Infine Glucklick discute del dolore Psicotropico/Estatico, usato per
timolare stati di euforia e livelli alterati di coscienza come
attribuito agli asceti di varie religioni.
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