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lunedì 23 aprile 2012

Il genere e la tirannia della "normalità"

In passato, le maggiori difficoltà legate ai problemi di identità di genere riguardavano il fatto che questi venivano percepiti come malattie rare e le persone che ne erano affette venivano quindi isolate e molto spesso fraintese. I transgender furono repressi, perseguitati e non presi sul serio, con la conseguenza di vedere il loro stato gravato anche dalla solitudine e dalla depressione.

Un ragazzo avrebbe potuto dire del suo sentirsi come una ragazza, ma di cose di questo tipo se ne sentiva così poco parlare che non sarebbe stato creduto o avrebbe imparato a mantenere quel segreto e a soffrirne di conseguenza. Internet ha reso il transgendersimo dei bambini molto più evidente, il che lo rende più facile da accettare e, si spera, più normale. Ma, esattamente in linea con l'ondata di notizie sensazionalistiche riguardo a bambini piccoli la cui condizione viene pubblicamente mostrata, si ha del lavoro da fare dal punto di vista culturale: la "normalità" ha bisogno di ampliare i propri orizzonti.

Durante la crescita, che si tratti di un bambino disforico o meno, l'educazione dovrebbe essere basata sull'invogliare l'espressione personale e non sull'opprimerla, cosa che invece avviene troppo spesso. Idealmente chi si occupa di un bambino disforico non dovrebbe essere né punitivo, né eccessivamente entusiasta, in quanto entrambe queste reazioni sarebbero a loro modo l'espressione di un giudizio. Un giudizio è un po' come un punto fermo e, una volta raggiunto, tendono a cessare ulteriori esplorazioni. Invece gli adulti devono lasciare esprimere l'esperienza soggettiva del bambino. Devono sforzarsi di comprendere e appoggiare i suoi sentimenti.

L'accettazione insegna ai bambini ad entrare in empatia con l'esperienza soggettiva altrui, imparando così le diverse forme di espressione personale. Se un bambino pensa di essere Batman o si identifica come una femmina pur avendo i genitali maschili, la sua esperienza dovrebbe essere onorata. Invece di solito si assume che non crescerà sicuramente pensando di essere Batman, ma che sicuramente crescerà volendo essere una ragazza, teoricamente sarebbero possibili entrambe le cose.

E' molto difficile stabilire se quel bambino desidera veramente essere una bambina o semplicemente sta vivendo un gioco passeggero. Il suo comportamento, insieme ad altri, possono essere i presupposti per una disforia di genere. I fattori determinanti sono ancora oggetto di studio e si parla di aspetti ormonali, sociali, ambientali, in qualsiasi loro combinazione. Ma è impossibile costatare subito quanto in profondità queste influenze siano radicate. Il bambino molto raramente riuscirà a spiegare ad un adulto perché preferisce essere una ragazza invece che un ragazzo. I suoi sentimenti, anche se forti, sono rudimentali e probabilmente non ancora pronti per essere trasformati in parole formando un'argomentazione complessa. Potrebbero non esserlo per lungo tempo ancora o non diventarlo mai. Sono difficoltà che hanno anche molti transessuali adulti, mettere il sentire riguardo alla disforia di genere in parole è difficile visto che le sue cause sono per lo più pre-verbali, legate all'ambiente e alla biologia. Un transessuale adulto probabilmente direbbe cose del tipo "sono una donna intrappolata in un corpo da uomo" o il contrario. Questo è un luogo comune che tende a ripetersi ma resta molto difficile trovare parole specifiche diverse e soggettive per esprimerlo.

Per molti è impossibile immaginare cosa significhi sentirsi intrappolati in un corpo che si percepisce come del sesso sbagliato. E' un sentimento così lontano dalla comune esperienza soggettiva che la prima reazione spesso porta a pensare che la disforia di genere sia una scelta che debba essere intrapresa solo in qualità di individuo adulto. Ma non è una scelta, è una condizione. E in alcuni casi è così definita che le persone disforiche desiderano modificare il proprio corpo.

Può verificarsi che la loro vita diventi addirittura più facile se i trattamenti ormonali vengono avviati prima della pubertà. I genitori che si trovassero di fronte a questa possibilità devono essere consapevoli che non è una decisione che si troveranno ad affrontare da soli. Specialisti psichiatrici e psicologici li guideranno e aiuteranno a capire come procedere in maniera esplicitamente rivolta ad ogni particolare bambino. Sebbene il fenomeno dei bambini disforici di genere sembri essere nuovo ai media popolari, un libro come "Gender Identity Disorder and Psychosexual Problems in Children and Adolescents" di Kenneth Zucker e Susan Bradley, mostra che vi è una lunga esperienza in questo campo di ricerca.

Può essere scoraggiante per un genitore il doversi adattare ad una nuova identità di genere per il loro bambino o pensare che il loro bambino potrebbe, più in là negli anni, sottoporsi alla chirurgia per cambiare il proprio aspetto esteriore al fine di sentirsi più a proprio agio. Ma non bisogna farsi travolgere dalla paura del futuro e rimanere nel presente, facendo tutto ciò che renda la vita del bambino più confortevole. Se una persona si sente compresa e accettata dalla famiglia di origine, tende a saper accettare più serenamente anche quanto le verrà dal resto del mondo.

Molto del disagio psicologico viene dal fatto che non si percepisce vicinanza degli altri riguardo a quello che è il proprio sentire interiore. La tirannia su cosa generalmente viene percepito come normale porta alcuni a sentirsi anormali. L'anormalità ha poco a che fare con l'esperienza soggettiva che un individuo ha riguardo a se stesso, ha più a che vedere con ciò che gli altri pensano lui debba essere o fare.

Spesso ci si pone le domande sbagliate. Invece di chiedersi come mai un ragazzo pensa che dovrebbe essere una ragazza, bisognerebbe chiedersi come mai la nostra cultura non ci consente di accettare che un individuo viva spontaneamente il proprio essere e la propria vita senza che si debba necessariamente patologizzare la sua situazione.


Based on Philippa Perry's article

lunedì 16 aprile 2012

Decostruzione della dicotomia di Genere: concettualizzazione dei Nativi Americani Berdache

In un articolo apparso su Le Scienze, Anne Fausto-Sterling sfida la divisione binaria dei sessi in due distinte entità, maschi e femmine. Lei sostiene ci siano almeno cinque sessi: maschio, femmina e tre categorie intersessuali. Gli intersessuali costituiscono il 4% delle nascite e comprendono, secondo  Fausto-Sterling, veri ermafroditi ("herms"), che posseggono testicoli e ovaie, pseudoermafroditi maschi ("merms"), che hanno testicoli e qualche aspetto dei genitali femminili ma non le ovaie, pseudoermafroditi femmine ("ferms"), che hanno ovaie e alcuni aspetti dei genitali maschili ma mancano i testicoli. Fausto-Sterling propone una radicale decostruzione del sistema binario di sesso e genere attraverso una ricategorizzazione biologica del sesso.

Nella nostra cultura, il sesso di un individuo è la componente biomorfologica intorno a cui si costruisce il suo genere. Partendo dalla tesi di Fausto-Sterling si vuole contribuire alla decostruzione radicale del sistema binario di sesso e genere analizzando i modi in cui potremmo culturalmente ricategorizzare il genere. Si farà specificatamente riferimento alla figura del berdache, propria dei nativi nord-americani, come esempio delle debolezze intrinseche nella classificazione binaria e al persistente (forse anche "naturale") bisogno umano di eludere la sua imposizione.

Cosa c'è dietro il termine Berdache?

La parola "berdache" deriva dalla parola francese "bardash", che a sua volta deriva dal termine italiano "berdascia", derivato da "bardaji" in lingua araba, che è derivato, infine, dal persiano "barah". Originariamente questo termine indicava uno schiavo maschio o una prostituta o il partner passivo nel sesso tra uomini. "Berdache" era il termine spesso usato dai primi esploratori europei in Nord America nel tentativo di etichettare persone il cui comportamento non si traduceva adeguatamente in qualsiasi lingua europea. Si userà qui il termine "berdache" in parte per mancanza di una parola migliore, in parte perché la sua inadeguatezza simboleggia il modo in cui la nostra lingua e la nostra cultura hanno limitato la nostra capacità di esprimere concetti come la non-dicotomia del genere e dei fenomeni sessuali. In antropologia, "berdache" è stato assunto per descrivere un uomo o (meno spesso) una donna la cui identità di genere non fosse compatibile col suo sesso biologico. Il “berdachismo” viene riconosciuto in più culture (di paesi quali Siberia, Tahiti, India, Bali tra gli altri), anche se il termine è usato nello specifico per descrivere la tradizione delle tribù native americane. I berdache sono stati documentati in oltre 130 tribù di nativi americani, in ogni regione del continente, in ogni contesto culturale, in piccoli gruppi di cacciatori in Alaska fino alla popolosa, gerarchica città-stato della Florida.

Per la maggior parte, siccome le tradizioni nord-americane sono state ridotte ad una sorta di non esistenza virtuale, gli studi sulla tradizione berdache conta per lo più su resoconti storici scritti da non-nativi americani. Missionari ed esploratori forniscono la maggior parte dei resoconti sui berdache e, non sorprendentemente, tendono più ad esprimere giudizi che a fornire informazioni. Anche gli studi antropologici apparentemente oggettivi della cultura dei nativi americani compiuti in questo secolo, tendono ad avere una leggera inclinazione negativa nel descrivere i berdache. Come riportato da Kessler e McKenna: "Gli antropologi raccolgono dati sulle altre culture ma li interpretano spesso in riferimento alle loro proprie organizzazioni. In termini di genere, sanno che ci sono due generi con differenti ruoli di genere, quindi non fanno altro che valutare come questi ruoli vengano colmati in altre culture." In altre parole, la nostra "vista culturale" (binoculare per lo più) influenza la nostra capacità di percepire e conoscere altri sistemi culturali riguardo a sesso e genere.

Ermafrodito, travestito o nessuno dei due?

Molti iniziali osservatori chiamarono i berdache “ermafroditi” anche se apparentemente non c'era nessuna traccia fisica reale che potesse portare a dire che un berdache fosse realmente un ermafrodito. "Ermafrodito" però sembrava essere la migliore traduzione venuta in mente a quei primi esploratori. Solo i Navajo in realtà utilizzano il termine Nadle per descrivere sia l'ermafrodito che il berdache maschio o femmina. Più nello specifico un ermafrodito vebiva indicato come Real Nadle, mentre un berdache come Pretend Nadle.

Più accuratamente, almeno in apparenza, i berdache sono stati etichettati come "travestiti" dagli osservatori europei, perché tendevano ad adottare un abbigliamento del sesso morfologico opposto. Anche se era una pratica diffusa, sopratutto tra i maschi berdache, il travestitismo non era né universale né immutabile. I berdache maschi spesso adottavano vestiti e manierismo delle donne, anche se non necessariamente nella loro interezza. Piuttosto, spesso creavano un loro modo di presentarsi unico, un look androgino che non era né tipicamente maschile né tipicamente femminile, ma una mescolanza dei due. Inoltre non sembra esserci una correlazione tra il berdachismo maschile e quello che potremmo definire come un aspetto "effeminato". We'wha, il famoso Zuni uomo/donna che fece amicizia con l'antropologa Matilda Coxe Stevenson, viene descritta come la più "grande e forte" dei Zuni e le sue fotografie lo confermano. Nel 1889, sul New York Medical Journal, A.B. Holder riporta del Bote (né uomo né donna), figura tipica degli indiani Absaroke del Montana come un individuo che indossava l'abito "squaw" e leggins, che portava parte dei capelli raccolti in trecce da donna, che possedeva o articolava la voce e gli atteggiamenti in modo femminile e costantemente si riferiva a sé come se fosse di sesso femminile. La voce, le caratteristiche e la forma, tuttavia, non portavano a perdere completamente le qualità maschili al punto che fosse difficile distinguere il Bote da una donna.

Diventare un Berdache

Parafrasando Simone de Beauvoir: "Non si nasce berdache, lo si diventa". Come funzionava esattamente, allora? Come si diventava berdache? Nella maggior parte delle culture native, un individuo non è né maschio né femmina alla nascita. Tra i Zuni, ad esempio, prima dell'età di 5-6 anni, un bambino non è né un bimbo né una bimba, ma semplicemente un infante, un Cha'le. Eventualmente, dopo questa età, bambini e bambine ricevono un'iniziazione graduale ai ruoli di genere che saranno chiamati ad assolvere nell'età adulta. Secondo Will Roscoe: "I Zuni non nascono uomo o donna, questa costruzione viene dopo. Il genere è un attributo sociale e non naturale. Si diventava uomo o donna imparando le forme sociali maschili e femminili e, in particolare, acquisendo dei simboli di genere durante i riti di passaggio". Il punto è, naturalmente, che non tutti i maschi biologici erano destinati a diventare uomini e non tutte le femmine biologiche a diventare donne. E' stato perfettamente accettabile in molte tribù di nativi americani che un bambino semplicemente scegliesse di non intraprendere le attività e il comportamento tipici del suo sesso morfologico.

Più frequentemente, però, un bambino veniva visitato da sogni o visioni che simbolicamente indicavano che dovesse diventare un berdache. Secondo Alfred Bowers, i berdache maschili presso gli Hidatsa "erano uomini che, durante la tarda adolescenza e tanti sogni, mutavano il loro abbigliamento e indossavano quello tipico delle donne assumendo ruoli particolari all'interno della comunità". Spesso le donne in gravidanza hanno avuto sogni che consentissero loro di determinare il sesso del nascituro. Tra i Mohave, per esempio, l'assunzione del ruolo Alyha (berdache maschile) e Hwame (berdache femminile) era predestinato da un sogno. Se una donna incinta sognava attrezzi maschili, come la freccia di piume, la sua bambina sarebbe potuta diventare un Hwame. Se sognava oggetti associati alle donne, il suo figlio maschio sarebbe potuto diventare un Alyha. Durante i primi anni del bambino, certe tendenze potevano restare latenti, ma durante il periodo in cui i bambini venivano avviati ai ruoli di genere, potevano emergere comportamenti cross-gender.

Il fattore visione nella determinazione dell'identità di genere ha fornito una spiegazione soprannaturale allo stato berdache rendendolo inevitabile e accettabile.

Solo occasionalmente un bambino è stato incoraggiato, ma mai forzato, a diventare berdache. Ciò poteva accadere in una famiglia in cui tutti i bambini erano dello stesso sesso. Per esempio, gli indiani Kaska, della regione sud-artica, dove la caccia di grossa selvaggina era la fonte primaria di cibo, la sopravvivenza della famiglia dipendeva in parte dalla capacità del figlio di cacciare. Se una famiglia aveva solo figlie, una di queste sarebbe stata scelta per subire una "cerimonia di trasformazione" e sarebbe cresciuta come un ragazzo e addestrata a cacciare.

Alcuni osservatori iniziali ritennero che un berdache maschio diventasse tale, o fosse uno status che gli venisse imposto, perché vigliacco o incapace di condurre una vita da guerriero. Tuttavia, non vi è alcuna base reale per questa interpretazione. In realtà, gli uomini che volevano evitare la guerra potevano farlo senza diventare berdache così come alcuni berdache hanno partecipato ai conflitti.

Ruoli sociali

Durante l'adolescenza gli individui che sarebbero diventati berdache venivano avviati ai ruoli sociali connessi col sesso opposto. Così come non indossavano esattamente le vesti femminili o non ne adottavano precisamente i modi, i berdache maschi spesso non assumevano esattamente i ruoli delle donne. Creavano piuttosto un proprio ruolo di genere combinando aspetti di entrambe i ruoli, maschile e femminile. Significativamente, sia berdache maschi che femmine sono stati costantemente descritti come eccezionalmente abili nelle attività del genere da loro prescelto. Siccome i berdache maschi non avevano mestruazioni né rimanevano incinti, erano in grado di lavorare senza interruzioni. Inoltre, la loro forza fisica si è rivelata efficace in attività come macinare il grano. Anche in questo caso, non si trattava semplicemente di un berdache maschile che avesse assunto un ruolo femminile. Siccome non avevano le mestruazioni, non avrebbero portato sfortuna, inoltre potevano prendere parte alla caccia e alla guerra, attività da cui le donne erano escluse. Durante queste escursioni il berdache cucinava e curava i guerrieri, seppelliva i morti e forniva intrattenimento sessuale ai guerrieri frustrati.

Ruoli spirituali e cerimoniali

A causa della sua posizione unica all'interno della società, si credeva che il berdache possedesse particolari poteri spirituali. Tra gli Illinois e i Naudowessies, ad esempio, i bardache maschi "a causa del loro straordinario modo di vivere erano considerati come Manitù o esseri soprannaturali, persone di riguardo" (Westermarck). Alcuni berdache divennero sciamani, mentre altri semplicemente presiedevano importanti occasioni cerimoniali. Il Cheyenne Hee-man-eh ("metà uomo e metà donna") ha condotto la danza dello scalpo, mentre il berdache Hidatsa svolgeva un ruolo importante nella cerimonia della Danza del Sole. Inoltre, come riportato anche dallo sciamano Lakita Lame Deer, i Winkte (i maschi berdache Lakota) avevano la capacità di concedere nomi segreti e buon auspicio ai bambini. Si pensava che il nome dato da un Winkte fosse uno strumento potente ed efficace e che avrebbe reso quel bambino famoso. Toro Seduto, Alce Nero, Cavallo Pazzo hanno tutti ricevuto nomi segreti da un Winkte. La posizione unica dei berdache nella società non simboleggiava solo il potere soprannaturale, ma anche un punto di vista privilegiato tra i due sessi. In altre parole il berdache era la giusta “via di mezzo” per gestire le possibili controversie e le celebrazioni tra i due sessi.

Come conseguenza della loro natura intermedia dovuta al loro status di genere, i berdache sono stati impegnati nelle attività di uomini e donne, quindi in grado di massimizzare le loro opportunità economiche. Insieme a questo potenziale economico, lo status intermedio del berdache ha anche portato con sé una notevole autorità politica. Un berdache di questo tipo era We'wha, che divenne ambasciatore Zuni presso il mondo dei bianchi (incontrò anche il presidente Grover Cleveland che pensò che “lui” fosse una “lei”) e ha giocato un ruolo significativo nel documentare gran parte della cultura Zuni. Un altro esempio è il Navajo Nadle Hastiin Klah, artista e uomo di medicina, che ha contribuito a preservare la religione Navajo, lavorando con degli specialisti per registrare la sua vasta conoscenza. Alcuni bianchi hanno considerato il berdache come una devianza ma è evidente che la maggior parte dei nativi americani li hanno visti come membri integranti della società.

Istituzionalizzazione dell'omosessualità?

Lo status del berdache è stato definito oltre che sotto l'aspetto fisico e sociale, anche dalla loro sessualità. La maggior parte dei berdache, se non tutti, uomini e donne, erano coinvolti in attività omosessuali e molti erano anche sposati con membri della comunità del loro stesso sesso biologico. Ancora però le definizioni in materia di sessualità sui berdache risultano sfuggenti e offuscate dalla nostra visione dicotomica del sesso e della sessualità. Se, infatti, lo status berdache era considerato un genere diverso da quello del loro partner sessuale, essi erano davvero impegnati in un rapporto omosessuale? Si è spesso sottolineato che i berdache non facevano sesso con un altro berdache. In altre parole, secondo Walter Williams: "Il berdache e il suo partner maschile non occupavano lo stesso status riconosciuto di genere". Pertanto il berdache si poteva dire in un rapporto "etero-gender", non omosessuale.

Molti scrittori e attivisti, gay e lesbiche, come Jonathan Katz, direttore di Gay American History, ha pubblicato un'intera sezione di documenti sui berdache, cercando negli ultimi anni di rivendicare la figura del berdache come uno di loro. Il collegamento, assolutamente concepibile, è tuttavia semplicistico. David Greenberg afferma che: "La variabilità nelle preferenze sessuali berdache, insieme con l'esistenza dell'omosessualità che non ha comportato miscelanza e incrocio di generi, implica che l'essenza del suo ruolo non era l'omosessualità ma un'anomalia di genere.” L'omosessualità sembra piuttosto essere stata non causa delle trasformazioni quanto piuttosto una delle sue più frequenti conseguenze. E' stata una scelta favorita, non un requisito.

E' un peccato non avere ulteriori informazioni riguardo all'omosessualità non berdache, che pare sia stata largamente praticata anche se non istituzionalizzata e raramente riconosciuta apertamente. I berdache non hanno occupato la stessa categoria e categorie dell'omosessuale moderno, non c'è, del resto, una astorica essenza omosessuale che colleghi le due culture nelle due diverse epoche. Eppure, il berdache, così come il moderno gay o lesbica, sfidavano, in termini pratici e teorici, l'egemonia eterosessuale. Inoltre, anche se non ci può essere una caratteristica essenziale che accomuni berdache e gay/lesbiche moderni, il recupero della tradizione dei nativi americani berdache contribuisce alla comprensione che non esiste una essenziale natura eterosessuale.

Alcune questioni riguardo alle berdache femmine

La maggior parte delle ricerche e borse di studio si è incentrata sulla figura maschile del berdache. I dati sono stati raccolti principalmente da uomini che, molto semplicemente, hanno ignorato e banalizzato la vita delle donne native americane. Non solo la nostra realtà culturale ci porta a inquadrare ogni informazione tra semplicistiche opposizioni binarie, ma è anche "androcentrica". La storia è un processo selettivo, e le storie di donne native americane "che potrebbero contraddire una visione patriarcale del mondo vengono evitate" (Allen). Nonostante questa selezione patriarcale, Evelyn Blackwood ha trovato prova di ruoli cross-gender per le donne in 33 tribù native americane. Eppure, pur tenendo in considerazione l'androcentrismo, sembra comunque che gli uomini divenissero berdache molto più frequentemente delle donne. Perché?

Harriett Whitehea ritiene che ciò sia dovuto al fatto che la componente anatomo-fisiologica di genere è più significativa nel caso di donne che non per gli uomini. In altre parole, a causa delle mestruazioni e della riproduzione, la biologia era predestinante per le donne più che per gli uomini. Whitehead attribuisce la minore incidenza del berdachismo tra le donne a "uno status asimmetrico tra i sessi nel Nord America". Gli uomini, crede Whitehead, erano dominanti e, quindi, avevano anche una maggiore libertà di movimento tra i generi. Inoltre, dice Whitehead: "Come nella maggior parte dei sistemi gerarchici, muoversi verso il basso era più facile che muoversi verso l'alto". L'analisi fatta da Whitehead però appare difettosa per diversi aspetti. Prima di tutto, ci sono prove significative che, contrariamente alle sue affermazioni, in molte tribù di nativi americani i ruoli maschili e femminili in quanto complementari erano ad un livello di status relativamente uguale. In secondo luogo, ci sono poche prove che l'assunzione di un ruolo da berdache comportasse un movimento verso il basso dello status degli uomini. E, infine, che se un movimento verso il basso è più facilmente realizzabile, ne conseguirebbe che gli uomini difficilmente sarebbero diventati berdache.

Callender, Kochems, Allen e Blackwood, tra gli altri, sostengono che può essere stato il potere delle donne, più che la loro impotenza, ad aver reso il ruolo da berdache meno attraente in alcuni gruppi di nativi americani. Come spiegano Callender e Kochems, le donne avevano meno probabilità di dover subire delle trasformazioni di genere per impegnarsi in attività prevalentemente maschili.

Piuttosto che interpretare ciò come una restrizione imposta alle donne a causa della loro capacità riproduttiva, si suggerisce quindi che esse fossero privilegiate rispetto agli uomini che, per entrare nella loro sfera professionale, erano costretti a passare ad uno status di genere intermedio, realizzato con una miscela di attributi delle due categorie di genere della loro cultura.

Forse, nonostante, o a causa, della riproduzione la categoria sessuale e di genere femminile è più versatile e ampia per quanto riguarda l'acquisizione del ruolo. In altre parole, le donne hanno la capacità di essere un guerriero così come una madre e non è necessario muoversi tra i generi per acquisire questi ruoli. In ogni caso resta un disperato bisogno di condurre ulteriori ricerche sul berdachismo femminile.

Declino del Berdachismo - Eliminazione dell'abominevole difetto

Nel corso del XIX secolo e durante la prima parte del XX, il governo degli Stati Uniti e le chiese cristiane hanno cercato di sottomettere e assimilare i nativi americani 'pagani'. Essendo sempre stato un punto di contesa nella storia americana, la politica sessuale divenne all'ordine del giorno. Il berdache, in particolare, atterrì i sentimenti del retto colonizzatore cristiano. Sempre più bambini nativi vennero educati nelle scuole statali o nelle missioni, indottrinati con la convinzione che i berdache erano deviati e che il berdachismo fosse una vergognosa, incivile tradizione che doveva essere abolita.

La colonizzazione non solo ha imposto la sua ideologia sessuale ai popoli nativi, ma ha anche distrutto le loro religioni e interferito nell'economia di sussistenza dei nativi. Tutti questi fattori hanno contribuito al declino della vitalità della tradizione berdache. Nel XX secolo, per esempio, per quanto riguarda il Cheyenne Hee-man-eh, il poeta nativo americano Maurice Kenny scrive: "Non ci sono guerrieri sul sentiero di guerra, non ci sono scalpi su cui danzare, non ci sono montagne da corteggiare, sottomettere e con cui accoppiarsi e certamente non ci sono danze cerimoniali dedicate al berdache". Nonostante la massiccia distruzione culturale operata dalla colonizzazione, ci sono prove che la tradizione berdache non scomparve del tutto, ma, piuttosto, sacrificando alcuni dei suoi più evidenti elementi, come il cross-dressing, ha continuato secondo un sottile filone. Inoltre, i nativi americani hanno imparato a non fidarsi della gente bianca e, quindi, semplicemente a non discutere le questioni che sapevano essere controverse. Purtroppo però, come sottolinea Roscoe: "La vera e propria rottura non si è verificata quando i berdache hanno smesso di indossare i loro abiti, ma quando i giovani hanno smesso di imparare da quel ruolo". La cultura dei nativi americani è stata costantemente disintegrata dal contatto con gli europei e una componente importante di quella cultura unica, la non dicotomia del sistema di sesso e genere, è stato scissa in due.

Concettualizzare il Berdache

I non-nativi americani hanno avuto grandi difficoltà a comprendere i significati del berdache. Per un bel po' di tempo gli antropologi hanno tentato di trovare una categoria in cui inserire i berdache che fornisse una descrizione accurata del loro ruolo nella società dei nativi americani. Le tre categorizzazioni più comuni del berdache sono: "cross-gender", "mixed-gender", "third-gender".

Whitehead è certo che una "dicotomia di genere sociale è presente in tutte le società conosciute, nel senso che le differenze sessuali anatomiche sono ovunque osservate alla nascita e vengono utilizzate per avviare il nuovo nato o la nuova nata su uno o l'altro dei percorsi che portano a complessi ruoli sociali". Nonostante fosse presente anche tra i nativi americani un percorso relativo al genere, Whitehead ritiene che nella loro cultura fosse possibile anche un “crossing” in quanto non era presente un elaborato rapporto gerarchico tra i due sessi. Oltre ad essere in contrasto con la spiegazione per il minor numero presente di berdache femminili discusso in precedenza, il concetto di “crossing” verso l'altro genere di Whitehead viene ritenuto però concettualmente limitato in quanto reifica una dicotomia tra i sessi. In questa concettualizzazione infatti, nella non distinzione tra i sessi, il genere di ciascuno è sia maschio che femmina. Come sottolinea Williams, l'idea del “cross-gender” spiega più adeguatamente come il maschio (o la femmina) berdache non fossero affatto come il sesso femminile (o maschile), ma ricoprissero compiti unici per la loro particolare natura che andavano al di la dei ruoli tipicamente femminili (o maschili).

Così, riconoscendo la posizione unica del berdache come "non uomo, non donna", altri hanno classificato il berdache come "mixed-gender", con qualità di entrambe i generi. Callender e Kochems proclamano: "Un berdache... trascende i confini della classificazione in generi che è stata culturalmente e biologicamente definita, per raggiungere uno stato intermedio tra i generi, biologicamente identico ma culturalmente ridefinito. Attraversare le categorie di genere non era un singolo processo o un movimento unidirezionale. I berdache erano in un attraversamento continuo di questo limite in entrambe le direzioni, a tal punto che noi preferiamo caratterizzarli come una miscelanza di generi piuttosto che come un attraversamento dei generi". Si enfatizza e sottolinea la capacità dei berdache di muoversi liberamente nel regno del genere. La loro analisi riconosce la debolezza insita nelle teorie che tentano di imporre stasi sul concetto di fluidità del genere. Ciò nonostante, come proclamato anche da Callender e Kochems, il movimento si svolge tra due entità polarizzate, rafforzando implicitamente la nozione binaria di genere.

Una concettualizzazione finale della posizione del berdache nello schema sesso/genere li vede porsi come un "terzo genere", in una stazione intermedia tra i generi di uomo e donna. Due antropologi, Sue Ellen Jacobs e Will Roscoe, che hanno svolto un ampio lavoro riguardo alle attuali culture native (Zuni e Tewa, rispettivamente), sostengono questa tesi. Jacobs, in un commento ad un articolo di Callender e Kochems, espone i suoi tentativi frustranti per inchiodare una volta per tutte una categorizzazione del Quetho (il berdache Tewa) con grande esasperazione dei suoi amici Tewa. "E' possibile che stiamo ponendoci ancora la domanda sbagliata perché nella cultura euro-americana abbiamo difficoltà ad accettare che ci sia un genere concettualizzato come 'terzo'". Questo è stato e, purtroppo, è ancora un problema. Concetti come "cross-gender", "mixed-gender" e "third-gender" possono essere utili se ci permettono di abbattere piuttosto che ribadire le nostre nozioni preconcette di genere.

Inconclusioni

Fausto-Sterling ritiene che il sesso biologico non si divida in due, separate entità, ma di fatto crei un continuum tra femmina e maschio. Il berdache, di suo, costituirebbe un "terzo genere" inserito in questa teoria del continuum, di genere e non di sesso. Conseguentemente a ciò è possibile postulare che le femmine berdache fossero un "quarto genere". Le difficoltà connesse al concetto di continuum sono legate al fatto che esso crea una progressione lineare. Ciò implica, naturalmente, una polarizzazione, nel senso che devono esserci due estremità del continuum indipendentemente dalla quantità di stazioni intermedie. Salvo, in una certa misura, la teoria di Callender e la nozione del genere misto di Kochems, le altre concettualizzazioni impongono la nozione di stasi per le categorie di genere che esse istituiscono. Eppure, il rapporto di ogni individuo col suo genere è una continua evoluzione. Il genere non è coerente e immutabile nel tempo e nello spazio. Piuttosto esso è invece un artificio liberamente fluttuante ("free-floating artifice" dalle parole di Judith Butler).

Inoltre, secondo quanto Gayle Rubin ha postulato "il sesso e il genere non sono emanazioni storiche della mente umana. Sono piuttosto prodotti della attività storica umana." La dicotomia occidentale nel sistema di sesso e genere, quindi, non è manifestazione dell'immutabile essenza umana, quanto un prodotto culturale, ideologico e storico che non si trova in tutte le culture di tutti i tempi. Il genere, come la sessualità, è relazionale, culturalmente e individualmente. "In quanto fenomeno mutevole e contestuale," scrive Butler. "il genere non denota un essere sostanziale, ma un relativo punto di convergenza tra specifici insiemi di relazioni culturali e storiche".

Pertanto, piuttosto che formare continuum o matrici, che connotano una struttura fissa, il sesso e il genere vanno percepiti come sistemi che includano i berdache, i gay moderni e le lesbiche, gli eterosessuali, i bisessuali, gli ermafroditi, i travestiti all'interno di un caotico complesso senza poli o ruoli binari. Dentro questo complesso, la formazione di un'identità di sesso e di genere diventa un processo che non raggiunge la risoluzione e non vi permane perché continuamente si creano nuove relazioni e modi di relazionarsi. Secondo il filosofo Sawicki Jana: "In opposizione al modello di identità statico o individualista è quello che vede l'identità personale come costituita da una miriade di relazioni sociali, pratiche in cui l'individuo è impegnato. Siccome queste relazioni sono talvolta in contraddizione e spesso instabili, l'identità che emerge è frammentata e dinamica."

Proprio come gli ermafroditi e gli pseudoermafroditi di Fausto-Sterling sfidano la nostra convinzione che i sessi siano polarizzati e fissi, così i berdache sfidano la nostra convinzione che il genere sia polarizzato e fisso.



Works Consulted

    Allen, Paula Gunn. The Sacred Hoop. Boston: Beacon, 1986.

    Bem, Sandra Lipsitz. The Lenses of Gender: Transforming the Debate on Sexual Inequality. London: Yale UP, 1993.

    Blackwood, Evelyn. "Sexuality and Gender in Certain Native American Tribes: The Case of Cross-Gender Females." Signs: Journal of Women in Culture and Society 10.1 (1984): 27-42.

    Bowers, Alfred. Hidatsa Social and Ceremonial Organization. Lincoln: U of Nebraska P, 1965.

    Butler, Judith. Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity. New York: Routledge, 1990.

    Callender, Charles, and Lee M. Kochems. "The North American Berdache." Cultural Anthropology Aug.-Oct. 1983: 443-70.

    Fausto-Sterling, Anne. "The Five Sexes: Why Male and Female Are Not Enough." Sciences. Mar.-Apr. 1993: 20-24.

    Greenberg, David F. The Construction of Homosexuality. Chicago: U of Chicago P, 1988.

    Jacobs, Sue-Ellen. Comment on "The North American Berdache" by Charles Callender and Lee M. Kochems. Cultural Anthropology Aug.-Oct. 1983: 460.

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    ---. The Zuni Man-Woman. Albuquerque: U of New Mexico P, 1991.

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    Williams, Walter L. The Spirit and the Flesh: Sexual Diversity in American Indian Culture. Boston: Beacon, 1992.

    Lisa L. Diedrich article on Berdache

giovedì 22 marzo 2012

La fine del Genere?

Guardando da vicino se ne possono vedere i segnali.

Kathy Witterick e suo marito, David Stocker, stanno allevando il loro bambino Storm senza rivelarne il sesso biologico. Alla nascita, avvenuta a Toronto, la coppia ha dichiarato: "Abbiamo deciso di non condividere il sesso di Storm per ora, un omaggio alla libertà e alla scelta invece che alla limitazione, un assaggio di cosa il mondo potrà diventare durante la vita di Storm (un posto più progressista?)".

Andrej Pejic, modello androgino australiano, ha lavorato sulle passerelle maschili e femminili a Parigi all'inizio del 2011.

Un recente catalogo di J. Crew ha attirato l'attenzione nazionale quando ha mostrato un ragazzo con le unghie dei piedi colorate di rosa.

Potremmo essere arrivati alla morte del concetto di genere?

Per  "genere" si intendono, secondo Merriam-Webster, "i tratti comportamentali, culturali e psicologici tipicamente associati ad uno dei due sessi". In altre parole, le aspettative culturali che portano a dire che qualcuno è un ragazzo o una ragazza. Quindi non il sesso di qualcuno ma il genere di persona.

"Le differenze sessuali sono reali e alcune sono probabilmente presenti alla nascita, ma in seguito i fattori sociali le ampliano", dice Lise Eliot, professore associato di neuroscienze presso la Chicago Medical School e autore di Pink Brain, Blue Brain: How Small Differences Grow Into Troublesome Gaps and What We Can Do About It. "Quindi se noi, come società, ritenessimo che le distinzioni di genere fanno più male che bene, sarebbe utile eliminarle".

Forse hai un amico o un familiare che è più a suo agio con un nuovo genere. O forse hai avuto a che fare con qualcuno dal genere indeterminato in fila alla cassa. C'è una crescente consapevolezza sociale riguardo alla coscienza di genere e alla sfocatura dei generi e la domanda "E' un maschio o una femmina?" non sembra essere più tipica dei genitori in attesa. E allora? A cosa ci porta? In un paese in cui si coltiva l'ideale di trattare tutti in maniera equa e giusta, si ha davvero bisogno di sapere se una persona è maschio o femmina? Queste domande sono la guida decisionale per azioni mirate in tutti gli Stati Uniti.

In Muskegon, Michigan, alla Mona Shores High School, i funzionari hanno dichiarato che quest'anno ci sarà un concorso unico, quindi nessun "re" e nessuna "regina", dopo che l'anno scorso si è dovuto a causa di un regolamento troppo rigido discriminare un ragazzo transgender.

In Johnson City, Tennessee, la East Tennessee State University ha recentemente annunciato che sta esplorando la possibilità di rendere gli alloggi neutri rispetto al genere degli studenti, seguendo l'esempio di Stanford University, University of Michigan, Rutgers University e altri college. Il desiderio è che i dormitori vengano considerati per chiunque, indipendentemente dal modo di esprimere il proprio genere.

All'inizio del 2011, Il Dipartimento di Stato ha iniziato ad utilizzare un linguaggio neutro sui passaporti statunitensi, sostituendo "padre" e "madre" con "Parente uno", "Parente due", per rendere le cose più semplici e meno discriminatorie per i genitori non tradizionali e al di la della combinazione maschio/femmina che chiedano il passaporto per i loro figli.
Ovunque si guardi, a quanto pare, si parla di genere "neutrale" o genere "libero": linee di biancheria da letto per bambini (Wild Safari Carousel), moda (Kanye West in una camicia da donna di Celine), Bibbia (la nuova versione internazionale).

Un transessuale female-to-male avvocato specializzato nei diritti dei transgender, Dean Spade, scrive spesso su questioni di genere. Spade è un assistente presso la Seattle University School of Law e fondatore della Sylvia Rivera Law Project in New York City, che offre gratuitamente una guida legale per transgender, intersessuali e clienti dal genere non conformato. In un articolo del 2008, "Documentazione di Genere", Spade esamina le politiche di riclassificazione del genere presso gli enti pubblici e i servizi negli Stati Uniti. Negli ultimi quarant'anni, osserva Spade, la società è giunta a riconoscere l'esistenza di un gruppo di persone, attualmente noto come "transgender", che si identificano e vivono secondo un genere che non è quello col quale sono nati. In una intervista, Spade compie un appassionato passo per l'eliminazione delle categorie di genere nella tenuta dei registri governativi. "Io credo che i dati riguardo la nostra identità raccolte dalla maggior parte delle agenzie e istituzioni rinforzino le norme di generi binari pretendendo che il genere sia una categoria di identità più stabile di quanto in realtà sia." Spade aggiunge: "Posso capire le necessità di conoscenza delle istituzioni riguardo al genere a livello generale se questo diventa utile per intraprendere azioni di bonifica dal sessismo e dalla transfobia che caratterizzano il nostro mondo". Per esempio, dice Spade, sarebbe giustificabile un'azione basata sul genere che rettifichi la discriminazione contro le donne." Ma, aggiunge Spade, al fine di ottenere un'idea generale della composizione di genere di una particolare popolazione, non è sufficiente guardarsi intorno e registrare i dati nel record personale del particolare partecipante. Lo sviluppo di politiche che contrastino l'impatto del sessismo e della transfobia, non richiede di affermare che le categorie di genere siano reali, stabili, immutabil, naturali. Siamo in grado di sviluppare tali strategie pur comprendendo che le categorie di genere siano costituzioni sociali distribuite che mettono in pericolo e danneggiano gruppi socialmente determinati.

Per raccogliere le sue avventure in fatto di genere in quanto genitore neutro, Arwyn Daemyir tiene un blog: My Boychick. Si descrive come "una contraddizione ambulante: femminista genitore a tempo pieno, Wiccan massaggiatrice e terapista woowoo, queer monogama con partner maschile, con un corpo da grassa che ama mangiare sano, non medicalizzata bipolare per lo più stabile". Descrive il suo Boychick, nato nel marzo del 2007, come: "Un maschio assegnato alla nascita all'apparenza a suo agio con tale assegnazione. Bianco, abile fisicamente, ipertiroideo congenito, ex bambino allattato al seno, non particolarmente comunicativo, buon camminatore, sofferenza e terrore, luce della nostra vita, impulso del blog. Molto probabilmente sarà più privilegiato rispetto a persone appartenenti alla classe media, normodotate, cisgender, maschi, etero. L'aggettivo cisgender, che si oppone a transgender, descrive qualcosa che è in pace col genere assegnato alla nascita. Daemyir vive a Portland, Oregon, lei e il suo partner etero hanno avuto un altro bambino a settembre dell'anno scorso. Per Daemyir la neutralità di genere nel suo essere genitore non è un tentativo di eliminare il concetto di genere, "perché un movimento genitoriale degli anni '70 ha già dimostrato che questo non è possibile". Ma, aggiunge, ha grosse preoccupazioni circa il modo in cui il genere pubblico provoca segregazione e designazione  "a partire dall'idea che ci siano due, e solo due generi, il che è una pura costruzione e un mito che nella nostra società causa esclusione." A tal fine Daemyir supporta, tra gli altri cambiamenti, l'opzione di bagni e spogliatoi unisex. "In questo momento quando uno stabilimento ha spazio per un solo spogliatoio, questo automaticamente è unisex. Perché quando si ha spazio per due invece ci deve essere la distinzione per Uomo/Donna? Perché quando si ha spazio a sufficienza per diverse grandi sale di servizi igienici queste devono essere divise per genere, quando sarebbe più facile crearle per un genere singolo dando alle persone la possibilità di fare la scelta più conveniente per loro?" Daemyir non pensa che l'eliminazione di tutte le singole aree distinte per genere "è necessariamente utile o sicura, ma... tendiamo a designare eccessivamente certe cose quando non è affatto necessario, il che danneggia ed emargina una parte della popolazione che non appartiene al binarismo dei generi".

Eliot, il professore di neuroscienze, non è sicuro riguardo al cambiamento totale. "Forse sono troppo di vecchia scuola per sostenere l'eliminazione dei bagni degli uomini e delle donne", dice. "Ma certamente in campo occupazionale o di prestito non si dovrebbero richiedere le informazioni riguardanti il genere. Inoltre, se i genitori non acquistassero giocattoli e vestiti stereotipati per bambini e bambine, i ragazzi resterebbero aperti mentalmente più a lungo. L'obiettivo è quello di mantenere le ragazze fisicamente attive, curiose e assertive, e i ragazzi sensibili, comunicativi e studiosi."




by Linton Weeks

venerdì 16 marzo 2012

Binarismo & Fluidità

Due concetti importanti ruotano intorno alla scelta personale di genere: binarismo e fluidità.

Tutti coloro che si sono posti il problema di capire quale sia realmente il genere di appartenenza hanno individuato sicuramente i due opposti, maschile e femminile, ma molti sono concordi nell'affermare che non sono le sole opzioni disponibili, ma che, anzi, esse sono praticamente infinite, come porre i due estremi maschile/femminile su un segmento e considerare tutti gli infiniti punti che li uniscono. Considerando inoltre che c'è chi non si identifica né con un estremo, né con l'altro e neanche con le possibilità intermedie, quindi non solo è al di fuori del binarismo maschio/femmina, ma completamente al di la di queste definizioni non ritrovando in esse nulla che possa descrivere la loro identità di genere. Quindi possiamo affermare che le possibili identità di genere sono: maschile, femminile, un numero infinito di possibilità intermedie tra queste due opzioni, un numero infinito di possibilità al di la di esse.

Sulla modalità con la quale si sceglie e si mantiene la propria identità di genere poi, si innesta il concetto di "fluidità" che porta alla definizione di "genderfluid" per chi ci si riscontri. Secondo questo concetto i nostri generi sarebbero "fluidi" invece di essere rigidamente fissati. Nell'arco della vita si occuperanno diverse "stazioni" di genere spostandosi da una all'altra come normale evoluzione personale in quanto l'identità di genere non è considerata necessariamente stabile.

Sposando questi due concetti di binarismo (o non binarismo) e fluidità (o non fluidità) nascono alcuni equivoci. Chi considera l'identità di genere come fluida infatti finisce per attribuire questa caratteristica anche a persone transessuali "accusate" di poter tornare sui propri passi a piacimento, ignorando il percorso, il più delle volte sofferto e difficile, che hanno compiuto o stanno compiendo. Secondo questi individui niente affatto "fluidi" invece il concetto stesso di fluidità nega la lotta interna che si innesca con l'identità di genere e che è invece molto tipica delle persone transessuali, binarie e non, che si ritrovano in un vero e proprio conflitto di genere veicolato per lo più da pressioni esterne che svolgono un ruolo inibitorio sull'identità.

Purtroppo è molto complicato, per chi non si sia posto problemi riguardo al proprio genere, capire quale sia l'entità di questo conflitto interiore. Allo scopo di avvicinarci a tale concetto partiamo dall'inizio. Al concepimento a chiunque viene attribuito un sesso biologico che, all'atto della nascita, stabilisce il genere del nascituro, maschio/femmina (ci sono alcune eccezioni biologiche a questo concetto ma meriteranno un accurato discorso a parte). Lentamente, e il più delle volte attraverso il comportamento del resto del mondo nei confronti del bambino, si sviluppa l'identità di genere di questo individuo che è dipendente da come esso comincia a percepirsi. A seconda della discrepanza tra come esso si percepisce e come gli altri lo percepiscono (e quindi lo trattano) si lanciano i primi eventuali semi del conflitto di identità di genere. Se questa discrepanza è nulla o molto ridotta, va tutto al meglio, non c'è conflitto di nessun tipo e probabilmente l'individuo in questione non avrà nessun motivo che lo porterà ad interrogarsi sul proprio genere, vivrà serenamente senza neanche porsi il problema di cosa l'identità di genere sia. Se invece la discrepanza è ampia, se il genere "assegnato" non si adatta alla percezione di se stessi, allora si ricade in una situazione molto dolorosa della quale si prende sempre maggiore coscienza crescendo e non è detto che di pari passo si individuino le soluzioni a quello che innegabilmente viene percepito come un problema.

Molti definiscono questa fase come "cercare disperatamente di fermare un treno in corsa". Altri come il ritrovarsi in un corpo che non è il proprio, come se da qualche parte qualcuno avesse fatto un madornale errore. Non si hanno strumenti per capirsi, spesso si è ostacolati o sminuiti dai propri stessi familiari o dal proprio partner, si finisce per cumulare tante domande e nessuna risposta, soprattutto quando l'identità tanto cercata non ricade nel binarismo dei generi e quindi vengono a mancare anche le definizioni per lasciarsi capire. Questo e altro, analizzando le storie di diversi transgender se ne può avere prova, è il conflitto di identità di genere. E’ davvero una delle cose più complicate da comprendere per chi non ci sia passato, ma non si può assolutamente negare che di conflitto si tratti e come tale, può produrre una certa quantità di danni interiori.

Un tipico iter personale può vedere una persona nascere come donna ed essere allevata come tale, con pressioni sociali più o meno marcate a seconda del tipo di cultura che la circonda. Al liceo essa potrà cominciare a sentirsi come se non fosse esattamente una ragazza ma, mancando completamente tutte le conoscenze e gli strumenti per una corretta comprensione di questa inadeguatezza, è molto difficile che riesca ad identificarne le cause come dovute alla propria identità di genere. Nella prima maturità essa potrà definirsi come genderfluid, oscillando tra una definizione femminile e una genderqueer, finendo per non sentirsi affatto una donna ma continuando, per pace mentale, a tollerare che il resto del mondo si appelli a lei con pronomi femminili, almeno fino a che non sentirà che è arrivato il momento di ripudiarli del tutto. Percorso tipico e complesso anche considerando che restano davvero in pochi quelli che, avendolo intrapreso secondo le proprie caratteristiche e le proprie aspettative, lo dichiarano concluso. Il più delle volte si ritiene che esso continui in qualche modo, anche quando si è arrivati alla vera e propria riassegnazione, e che una parte di sé sia sempre in fase di assestamento o elaborazione, senza considerare i momenti di autocoscienza in cui è veramente difficile attribuire parole comuni al proprio sentire interno.

Per i transgender nient'affatto "fluidi" questo percorso è vissuto come un tormento, passare in inadeguate stazioni alla ricerca di sé è un atto doloroso. Ma è innegabile che molti transgender, arrivati alla fine del proprio percorso, spesso anche chirurgicamente e legalmente, si siano accorti che il loro nuovo genere non è quello adatto a definirli in quanto l'identità tanto agognata è al di là del binarismo dei generi. Allo stesso tempo molti genderqueer alla fine del loro percorso hanno trovato una propria serena collocazione all'interno dello stesso binarismo che pensavano non potesse definirli.

Nelle persone genderfluid, pur riconoscendo un percorso articolato di ricerca della propria identità, raramente si ritrova lo stesso senso opprimente di erroneità tipico degli individui transgender. Il loro più grande dramma è il non essere riconosciuti, da molti neanche considerati, se non addirittura accusati di finzione visto che la loro scelta non li porterà probabilmente mai sotto un bisturi o nell'aula di un tribunale per la riassegnazione del genere. Addirittura una delle accuse più inaspettate che viene loro rivolta viene proprio dal mondo transgender che li accusa di creare un "inutile scompiglio tra i generi" che ostacolerebbe l'accettazione da parte della società dei diritti transgender.

Io credo che la società non sia vittima di "inutile scompiglio tra i generi" dovuto alle persone genderfluid, credo piuttosto faccia molta fatica a capire chiunque faccia un percorso personale verso la propria identità di genere. Dividere il mondo in due categorie rende tutto più facile, peccato che le persone facili non lo siano affatto. Ognuno percorre la propria strada, ma va tenuto conto che per molti è sofferta, sceglie la definizione che maggiormente si avvicina al proprio sentire interiore, ma non è detto che sia immutabile o che riesca a descriverli pienamente, sceglie una tipologia di pronomi e non costa proprio nulla rispettarli e non lasciarsi ingannare dall'esteriorità solo perché quanto ne è al di sotto non risponde a canoni immediatamente classificabili.

giovedì 1 marzo 2012

Molti conoscono la strada ma pochi la seguono

Vorrei dare inizio al mio tempo con voi questa sera complimentandomi coi proprietari e i produttori del Southwest Leather Weekend per il loro coraggio di chiamare me, uno slave, a essere il relatore principale in questa serata. Come si può immaginare, credo che gli slave della nostra comunità abbiano molto da dire. Alcuni di voi potrebbero pensare che noi slave vorremmo dire un po' troppo. Ma in ogni caso, sono onorato di aver avuto questa opportunità, e sono in particolare grato al mio Padrone, Master Jim, che mi ha dato il permesso di parlare con voi stasera.

Di cosa si parla quindi stasera? Devo ammettere di aver faticato un po' con questa domanda. Suppongo che la maggior parte di voi abbia qualche interesse riguardo ai rapporti Master/slave visto che sta seguendo un week-end con seminari sui rapporti Master/slave e un contest regionale sui rapporti Master/slave. Ma potrei sbagliarmi. Così in un primo momento ho pensato di parlare su un argomento di più ampio interesse, qualcosa di non specificamente legato al Dominio e alla schiavitù. Ma sono la mia passione e vivere come slave la mia verità, e alla fine, ho deciso di parlare di quello che amo di più. Quindi, se siete qui questa sera e non avete alcun interesse nelle relazioni M/s, spero che troviate comunque qualcosa che parli a voi in quello che dico. Se non altro, io spero di darvi una migliore comprensione su coloro che tra noi chiamano se stessi Master e slave.

Ho intitolato il mio intervento: "Dominio e schiavitù: molti conoscono la strada, ma pochi la seguono." Ma prima di arrivare al cuore di quello che mi piacerebbe condividere con voi stasera, lasciate che vi dica quello che non intendo fare.

io non intendo esporre il vangelo su chi sia o non sia un "vero" Master o un "vero" slave. Questa è una responsabilità che non voglio sostenere.

io non intendo darvi una mappa passo passo per il percorso che Master e slave debbano percorrere. Credo che esistano molti percorsi possibili per un viaggio Master/slave.
E io sicuramente non intendo etichettare nessuno o mettere nessuno in una scatola. Al contrario, io credo, fermamente, che l'atto di scegliere l'identità giusta per voi, qualunque cosa questa identità rappresenti, sia un atto di forza e coraggio e gioia. Affermare per la prima volta, senza paura o vergogna, "Io sono un Master" o "io sono uno schiavo", e sapere cosa intendi quando dici ciò, è come liberare se stessi, essere tutto ciò che si vuole essere.

E questo è davvero tutto quello di cui mi piacerebbe parlare con voi stasera, del cercare la propria identità.

Sospetto che se qualcuno di voi ha mai sentito Master Jim e me parlare riguardo ai rapporti Master/slave, o se avete sentito l'interevento di Master Jim all'apertura del Masters' Retreat la scorsa estate, molto di ciò che ho da dire stasera vi suonerà familiare. io spero lo farà, perché in ogni caso, io vedo questo intervento come un accompagnamento a quello di Master Jim. io credo che quando Master Jim e io uniamo le nostre voci, diciamo la nostra verità ancora più chiaramente che quando parliamo separatamente. io credo che sia uno dei doni che un Master possa dare ad uno slave.

Così io spero mi sopportiate se avete sentito alcune di queste cose prima.

Lasciatemi cominciare con questo, il Dominio e la schiavitù stanno diventando molto popolari, forse addirittura, osiamo dire, "trendy", nella comunità leather/BDSM. Se non mi credete, basta lanciare una ricerca su Google Search con questi termini e vedere quanti risultati si ottengono. Andate a qualsiasi evento leather e sarete sicuri di vedere almeno un paio di seminari circa i rapporti Master/slave, se non anche un'intera fila di seminari sui rapporti Master/slave. Ci sono gruppi come MasT, Master e slave Together, con sedi che stanno spuntando in tutti gli U.S. E, inoltre, abbiamo il contest internazionale Master/slave e i contest federali, incluso quello che si terrà questo fine settimana. Ognuno di questi eventi e gruppi sono pieni di persone che dicono di essere Master e slave.

Non vorrei farmi fraintendere, questi impegni educativi e gruppi sono utili e li supporto. Come molti sanno, Master Jim e io siamo coproprietari con Marl Frazier di South Plains Leatherfest e del titolo International Master/slave. Master Jim e io frequentemente parliamo a gruppi ed eventi sulle relazioni Master/slave in giro per Stati Uniti e Canada.
Ma la popolarità non è uguale alla realtà, e non tutti quelli che reclamano il nome di Master e slave hanno qualche idea di cosa significhi viverne l'identità. La verità della questione è, ci sono molte più persone nella nostra comunità che chiamano se stesse Master e slave di quante in realtà vivano questo tipo di rapporto. Come un saggio insegnante disse una volta "Molti conoscono la strada, ma pochi la seguono."

Per quelli di noi che si identificano come Master o slave, perché lo facciamo? Che cosa ci da il diritto, io direi l'onore, di rivendicare l'identità di Master o slave?

Vi ricorderete che prima ho detto che io non ho intenzione di darvi il vangelo su cosa sia il "vero" Master e cosa sia il "vero" slave. io intendo mantenere questa promessa. Alla fine, ognuno decide per se stesso se l'identità di Master o slave è giusta per sé.

Ma quello che mi piacerebbe fare questa sera è suggerire alcune qualità e caratteristiche nell'ottica delle quali guardare voi stessi se sceglierete di esplorarvi e seguire e conoscere la strada del Master o dello slave. Ciò che sto suggerendo non sono gli unici criteri distintivi per voi. Sono semplicemente quelli che ho osservato nella mia esperienza e quelli che ritengo importanti. Spero che vi saranno di qualche aiuto.

In primo luogo, le persone che conosco e che seguono il percorso da Master o da slave si impegnano in esso.

io credo che i Master e gli slave siano persone che hanno deciso di dedicare sé stesse a vivere in un modo che è radicalmente differente da ciò che la nostra società insegna sia giusto e appropriato. Come le altre persone che scelgono di vivere in una relazione consensuale Master/slave, noi sfidiamo molte convinzioni tra le più care alla nostra società: la convinzione che l'indipendenza sia la chiave della felicità e che il desiderio di controllare un'altra persona sia il cuore dell'abuso. Ci vuole un enorme impegno per seguire una strada che nella migliore delle ipotesi rischia di essere fraintesa da chi ti circonda.

Se si sceglie questa strada, sarà necessario impegnarsi a resistere alle pressioni esterne e ai dubbi interni. Perché, ascoltatemi, se scegliete di seguire le strada da Dominante o da schiavo, ci saranno notti durante le quali vi guarderete allo specchio e direte, "Cosa sto facendo?". Ci saranno notti durante le quali vi chiederete se è possibile fare ancora un altro passo su questa strada. Ci vorrà impegno per continuare ad andare, anche quando il percorso sarà scuro.

Così, vi consiglio di diffidare di coloro che predicano dicendo che la strada del Dominio e della schiavitù non è niente altro che leggero, divertente e bollente sesso. Anche se vivere come un Master o uno slave può essere la più eccitante, gioiosa e appagante cosa che abbiate mai fatto, non sarà mai facile. Ci vorrà impegno.

Non solo tutti quelli che conoscono e seguono la strada impegnandosi come Master e slave sono così, ma sono anche coscienti, e con questo intendo onesti su chi sono e su come sono disposti ad esaminare i loro cuori per scoprire di che tipo di vita necessitano vivere per essere soddisfatti.

Come parte della comunità leather/SM, ci muoviamo in un mondo pieno di fantasia. Per molti di noi, il nostro ingresso nella comunità è stato guidato dalla necessità di soddisfare fantasie a lungo trattenute, come sentire la frusta, adorare stivali, dare piacere e dolore. Ma se si sceglie di seguire questa strada ad ampio raggio, come uno stile di vita, la fantasia in quanto stimolo vitale deve essere annullata.
Naturalmente, ciò non significa che la fantasia non ha alcun posto nella vita di chi rivendica identità di Master o slave. io non sono sul punto di rinunciare alla mia fantasia di Dyke Gangbang (l'ho fatto una volta ed è stato fantastico!). Ma dobbiamo imparare che quello che si possa leggere riguardo a questo tipo di rapporti sul nostro porno preferito non è la realtà. Dobbiamo capire che abbracciare l'identità da slave non risolverà magicamente tutti i nostri problemi. E purtroppo, dobbiamo accettare che diventare Master non aumenterà le dimensioni del nostro cazzo.

Tranne, naturalmente, per Master Jim e Master Steve, che hanno certamente guadagnato tre centimetri in dieci giorni senza neanche chiederlo.

Infine, vorrei suggerirvi questa sera che le persone che seguono la strada del Dominio e della schiavitù ricevono una chiamata. Essi ritengono di essere stati chiamati a seguire un percorso diverso da quello che la nostra società prescrive comunemente.

io ho sentito la chiamata. Per me, la chiamata alla schiavitù è diventata inseparabile dalla mia spiritualità. E voglio essere del tutto onesto con voi, ho esitato a dire questo qui stasera.
Perché? Perché temo mi fraintendiate, che io non trovi le parole appropriate per condividere con voi la mia vocazione. Forse il meglio che posso fare è condividere con voi cosa non è la mia vocazione.

Per me, la vocazione alla schiavitù non è un'esperienza mistica o magica. Non ho avuto visioni, nessun portavoce del Divino è disceso per farmi sapere che ero stato chiamato. Non sono rinato all'improvviso come essere umano perfetto o come qualcosa che sia oltre l'umano.

Per il rammarico di Mater Jim, non sono cresciuto un cazzo.

io, però, credo che Dio, il Divino, l'Universo, quello che può scegliere di chiamare, chiami alcuni di noi al Dominio e alla schiavitù. Ognuno di noi, io credo, sperimenta il Divino differentemente. E mentre il Divino parla, per molti di noi, è una voce così dolce, quieta, che dobbiamo sforzarci per sentirla.

Così io vorrei suggerirvi questa sera che non si deve necessariamente cercare una esperienza come camminare in un tripudio di luce o sentire una voce tonante. Se aspettate questo genere di cose come segnale della rivelazione divina prima di percorrere la strada, potreste aspettare un tempo molto molto lungo per trovare la vostra identità.

Molti di voi sanno che di volta in volta nel mio cammino come slave, io ho cercato la saggezza degli uomini e delle donne che hanno avuto esperienze religiose in una varietà di fedi. io credo che abbiano molto da insegnare a quelli di noi che pensano di avere una vocazione come Master o come slave. Forse il modo migliore in cui possa spiegarvi la mia chiamata alla schiavitù è quello di citare una di queste donne, Kathleen Norris, che ha detto "Il dolore che proviene dalla propria identità, che esplicita la risposta ad una chiamata, non può essere fuggito o messo da parte. Deve essere vissuto. Rispondendo alla chiamata. Rifiutare l'autorità dell'umano giudizio su ogni cosa, accettando solo l'autorità della chiamata stessa".

io ho accettato l'autorità della mia vocazione alla schiavitù. io non so perché sono stato chiamato, ma mi è successo. io accetto che larga parte della società consideri la mia scelta malata e sbagliata. io so nel mio cuore che non è così. io ho sentito la mia chiamata alla schiavitù, e ringrazio Master Jim di avermi reso una Sua proprietà così che io gli possa obbedire e servirLo. In questo modo io ho risposto alla chiamata.

Master e slave, persone che si sono impegnate coscientemente alla chiamata.

Così, con queste cose in mente, fatemi tornare a qualcosa che ho detto all'inizio di questa serata, cioé che nella nostra comunità ci sono tanti che definiscono se stessi Master e slave non vivendo come Master e slave. In altre parole, molti conoscono la strada, ma pochi la seguono.

Perché dovremmo preoccuparcene?

Forse è solo l'avvocato che è in me che mi fa venir voglia di invitare la nostra comunità a dire cosa si intende e intendere cosa si dice. Ma è più di questo. io celebro la diversità delle identità della nostra comunità: Top, bottom, switch, Dominante, sottomesso, Daddy, boy, girl, pup, Master, Mistress, slave. E io sono sicuro di averne lasciati fuori qualcuna. Ognuna è un'unica e meritevole identità che aggiunge il proprio colore e la propria fibra alla comunità leather/SM. Perché dovremmo svilire queste identità dicendo che non ci sono differenze? Io credo che dovremmo celebrare ognuna di queste identità e le differenze tra loro. Credo che questo sia importante.

Molte culture nel corso della storia hanno visto l'atto di ricevere un nome o di rivendicare un nome per sé stessi come un segno per la persona di essere entrata nell'età adulta e come atto di grande potere. E' un concetto che sembra abbiamo perso nel moderno mondo occidentale.

Ma nella comunità leather/SM, noi abbiamo l'opportunità unica di recuperare questa tradizione. Un'occasione per intraprendere il lavoro tremendamente difficile e incredibilmente gratificante di ricerca su chi siamo. Possiamo dare un nome a noi stessi, non perché i nostri genitori, la nostra chiesa o la nostra società ci impongano cosa siamo, ma perché ciò è quanto noi riteniamo di essere.
Stasera, io ho parlato di due sole identità delle molteplici presenti nella nostra comunità, quella di Master e di slave. Ho condiviso alcune delle caratteristiche che io ritengo necessarie in coloro che sostengono queste identità. Ma il messaggio più semplice da portar via con voi questa sera è questo: cercate di rivendicare la vostra identità in questa comunità, qualunque essa sia, con orgoglio. Comprendete il vostro percorso e seguitelo.

Così, arrivato alla fine del mio tempo a disposizione con voi questa sera, lasciatemi tornare alle identità che mi riguardano.

Prima ho detto che ci sono molte persone nella nostra comunità che si definiscono Master e slave e che vivono questa identità. Permettetemi di essere ancora più chiaro, io non credo che questo percorso sia adatto a tutti. Non tutti dovrebbero seguire questa strada.

Questa dichiarazione da sola potrebbe emarginarmi da tutta la comunità ma troppo spesso la nostra comunità sembra dire andate ai seminari, frequentate qualche evento M/s, chiamate voi stessi Master o slave e poof, voi siete Master o slave.

Questo semplicemente non è vero.

Per scoprire se il percorso del Dominio o della schiavitù è quello che volete seguire, bisognerà guardare dentro voi stessi. Questo weekend, e altri come questo, vi daranno delle informazioni per aiutarvi a "conoscere" la strada. Se avete quanto vi serve e se la seguirete, questo dovrete cercarlo solo dentro di voi.

Per conoscere la risposta, dovrete essere disposti a guardare negli angoli più bui e più luminosi della vostra anima. Dovrete essere disposti a guardare il meglio, e il peggio, su voi stessi.
Ma cosa succede se lo si fa, se si guarda in profondità nella propria mente e del proprio cuore e si scopre che Dominio e schiavitù non sono il percorso che volete seguire?

Permettetemi di congratularmi con voi.

Questa non è la sola strada. Non è la migliore strada. E' una delle molte strade. La cosa più importante è essere fedele a quanto siete e trovare un percorso che sia giusto per voi.

Per me, il percorso della schiavitù è quello che conosco e seguo. E stasera, in chiusura, voglio affermare questo alla mia comunità.

Sei anni e mezzo fa, Master Jim mi prese come suo schiavo. La strada che mi veniva messa di fronte era oscura, non sapevo se sarei riuscito a seguirla. Ma sapevo che dovevo provare.

Oggi, io ho una certa esperienza e conosco la strada della schiavitù. E nonostante tutto, ci sono ancora giorni in cui riesco a malapena a vedere il percorso. Ma se il percorso è buio o immerso nella luce, roccioso o liscio, nel mio cuore, so che è la strada giusta per me.
In quel giorno di più di sei anni fa quando Master Jim mi ha preso come Suo schiavo, io dissi Lui alcune parole che io credo sintetizzino quanto io sono e come posso seguire la strada della schiavitù. Sei anni e mezzo fa queste parole io le proferii in privato a Master Jim. Nessuna elaborata cerimonia, nessun raduno della tribù leather. Solo noi due, intraprendendo un percorso che non era del tutto definito, ma che ci chiamò. Stasera, io vorrei chiudere il mio tempo con voi pronunciando quelle parole, questa volta in pubblico, davanti alla mia comunità.

Qualcuno di voi potrà riconoscere queste parole come provenienti dal libro di Rut del Vecchio Testamento della Bibbia.

Per la mia comunità e, soprattutto, al mio Padrone, Master Jim, io affermo la mia vocazione alla schiavitù. Sir, come Vi ho promesso quel giorno di sei anni e mezzo fa:

"Dove andrai tu andrò anch’io, dove dimorerai tu, dimorerò anch’io, il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio; dove tu morrai morrò anch’io, e là voglio essere sepolto."

Questa è la strada che conosco e la strada che seguo. Possa ciascuno di voi essere benedetto nel conoscere e seguire la propria.

Grazie.


Keynote address presented at the Southwest Leather Conference
December 5, 2003
By marsha, slave to Master Jim

domenica 19 febbraio 2012

Teoria queer - parte 1/2

Dall'inizio degli anni '90, il termine 'queer' è stato utilizzato per rappresentare un movimento di opposizione ai comuni modelli sessuali, di genere e riguardanti la sessualità. Anche se questo uso del termine 'queer' procede verso un'assegnazione di nuovi valori ad un termine nato in un contesto di abusi omofobici, persiste un importante senso in qui 'queer' mantiene, anche in una mutata circostanza, la sua carica originaria di vergogna. Nonostante la sua breve storia, l'accellerato uso di 'queer' quale termine critico dimostra il significativo impatto che hanno avuto sulla formazione culturale di genere, identità sessuali e sulle pratiche, l'attivismo e i circoli accademici.

Il termine 'queer' è necessariamente indeterminato, assumendo diversi, e talvolta contraddittori, significati. Spesso viene usato come sinonimo di lesbiche o gay, per i quali diventa una comoda scorciatoia. Altre volte si riferisce ad una distinzione generazionale tra lesbiche e gay vecchio stile e quelli che ne sono fuoriusciti dando vita a nuovi movimenti. Ancora può rappresentare un'insieme di identità sessuali nonnormative, molto concettuali in realtà, che includano lesbiche, gay, bisessuali e transgender. In altri contesti denota non una identità in quanto tale ma l'adozione di una critica distanza da quelle che sono le categorie di identità della moderna sessualità, in particolare, dalla politica di identità centrali tipica delle comunità gay e lesbiche: "Invece di teorizzare queer in termini di opposizione alle identità politiche, è più esatto rappresentarlo come una incessante interrogarsi sui presupposti di identità e i loro effetti" (Jagose). Questo ultimo significato è quello adottato dagli studi in ambito queer, che usano il termine per portare l'attenzione su varie incoerenze nei rapporti apparentemente stabili e causali tra sesso, genere e desiderio sessuale.

Forse la più importante, certamente la più rispettabile, utilizzazione di queer si ritrova nel suo frequente accoppiamento con la sua teoria. Teresa de Laurentis, un accademico e critico teorico, ha coniato la frase "teoria queer". Nel 1991 pubblicò un articolo su una rivista di cultura femminista intitolato "Teoria queer: sessualità lesbica e gay". Nello spiegare il suo uso del termine, de Laurentis indica almeno tre punti critici e interlacciati: il rifiuto dell'eterosessualità come punto di riferimento di tutte le formazioni sessuali; un'attenzione sul genere capace di interrogare l'assunzione frequente che studi in ambito gay e lesbico siano un solo omogeneo progetto; e il ribadire l'esistenza di molteplici modi in cui i generi predominanti hanno condizionato la soggettività sessuale. De Laurentis suggerisce che questa triplice critica possa essere redatta all'interno della teoria queer rendendo possibile "reinventare e riformulare i termini della nostra sessualità, costruire un nuovo orizzonte discorsivo, un nuovo modo di pensare la sessualità" (de Laurentis).

E' importante ricordare l'elaborazione speculativa con cui de Laurentis ha coniato il termine dal momento che la rapida istituzionalizzazione della teoria queer tende a nascondere il fatto che, in quanto essa abbraccia un insieme non sistematico di principi, non ha un unico fondamento logico o un carattere coerente, non si tratta di una teoria a tutti gli effetti. In ogni caso il rifiuto della teoria queer di specificare se stessa è stato ampiamente riconosciuto come uno dei suoi punti di forza tattici. Resistendo a definire se stessa in relazione a qualsiasi contenuto materiale specifico, la teoria queer potrebbe essere pensata come "una zona di possibilità in cui la realizzazione del soggetto può sperimentarsi diversamente" (Edelman). L'opposizione queer alla norma è una delle sue caratteristiche fondamentali, ha il potenziale di inventare se stessa all'infinito, qualunque sia la riformulazione delle conoscenze che costituiscano la base per la comprensione della sessualità.

Non è possibile tracciare una cronologia storica della teoria queer senza forzarne la molteplicità di origini e influenze. Una singola, lineare narrazione incontra una certa difficoltà a catturare il senso delle energie a volte rudimentali dei vari interventi politici e accademici che ne hanno reso possibile la nascita, considerata necessaria e forse addirittura inevitabile. Il rischio di raccontare la storia della teoria queer come se fosse l'ultima svolta critica agli studi sulla sessualità, è quello che le forze vitali che contribuiscono alla teoria siano ridotti a concetti superati, anacronistici o irrilevanti. Resta importante raccontare la nascita della teoria queer invece in termini di critica nei confronti di vari contesti culturali, incluso il femminismo, i movimenti radicali di gente di colore, il movimento lesbico e gay, varie sottoculture su pratiche sessuali come il sadomasochismo o lo stile butch-femme, il post-strutturalismo, il postcolonialismo e l'attivismo legato all'AIDS.

Per esempio, le strategie messe a punto in relazione all'attivismo negli anni '80 e '90 riformularono molte conoscenze assiomatiche della sessualità in modi che furono significanti per lo sviluppo parallelo della teoria queer. Di fronte alle risposte omofobiche governative alla crisi sanitaria (in particolare nel Nord America), gli attivisti lavorarono per contestare le dominanti rappresentazioni dell'HIV/AIDS come malattia gay e per sviluppare e fornire programmi di formazione sul sesso sicuro ad una popolazione dispersa senza una comune identità sessuale. Nel contesto dell'attivismo legato all'AIDS, significati comuni riguardo a conoscenza, potere, identità e comunità furono radicalmente riveduti in modo da coincidere con la denaturalizzazione della sessualità tipica della teoria queer. I progressi nell'educazione al sesso sicuro spostarono l'attenzione dal concetto di popolazione a rischio a quella di pratica a rischio, riconvertendo la sessualità meno in termini di identità sessuale e più in termini di atti sessuali e consentendo significative discrepanze tra l'essere sessuale e le sue pratiche. Inoltre alcune caratteristiche dell'attivismo legato all'AIDS come la decentralizzazione, la messa a punto di azioni costruite ad hoc e dirette, portarono ad una coalizione piuttosto che ad una politica separatista e ciò permise di considerare l'identificazione in termini di affinità piuttosto che di essenza. Così l'urgente negoziazione su epidemiologia, sanità pubblica e ricerca scientifica causarono un'implicita contestazione della comune rappresentazione dell'AIDS dimostrando che la sessualità è un importante punto nodale nella rete del potere e della sua opposizione.

Un'altro modo in cui l'attivismo politico ha storicamente influenzato la teoria queer può essere visto nelle influenti critiche alle identità politiche che sono tradizionalmente alla base di movimenti sociali di sinistra. A questo proposito, la critica queer all'identità di lesbiche e gay si svolge in un contesto più ampio che comprende anche, ad esempio, problematizzazioni postcoloniali di "razza" e problematizzazioni riguardanti il "genere" come categoria fondante del femminismo. Una delle critiche più importanti rivolte alla politica lesbica e gay si riferisce al suo insistere sull'orientamento sessuale come il più importante indice di identità personale e la sua conseguente incapacità di contestualizzare la sessualità all'interno di una rete di relazioni produttrici di molteplici e conflittuali effetti identitari. Uomini e donne di colore radicali, per esempio, hanno sottolineato che il modello di identità politica dei movimenti gay e lesbici ha relegato ogni analisi di razza ed etnia ad un piano secondario rispetto alla sessualità. Esponendo sia il razzismo palese che occulto nelle tradizionali comunità lesbiche e gay, hanno sostenuto l'importanza di riflettere sugli inestricabili modi in cui la razza influisce sulla sessualità e viceversa, un punto di vista che continua ad alimentare e sfidare la teorizzazione queer.

Nella misura in cui si presume che la sessualità sia determinata principalmente o unicamente dal genere che ogni soggetto sessuale sceglie, politiche identitarie lesbiche e gay hanno legittimato il sistema predominante di classificazione sessuale e la sua incondizionata dipendenza dalle mercificate categorie di eterosessualità e omosessualità. Questo modello è stato contestato dalla prospettiva di varie identità e pratiche sessuali nonnormative che erano state ulteriormente patologizzate dalla legittimizzazione dai paradigmi lesbici e gay. Nel sostenere la validità e il significato di varie identità e pratiche sessuali emarginate quali bisessualità, travestitismo, transessualismo, pornografia e sadomasochismo, tali critiche hanno spinto al riconoscimento di ciò che Gayle Rubin descrive come "una pluralistica etica sessuale" organizzata intorno "al concetto di benigna variazione sessuale" (Rubin).

Dal punto di vista della gente di colore e dei soggetti con sessualità nonnormativa, si può osservare che i processi di stabilizzazione, consodilazione e riconoscimento di massa che hanno permesso a gay e lesbiche di rappresentare se stessi come comunità relativamente coerenti e unite, hanno generato malcontento tra altre popolazioni che si sono di recente sentite private della legittimità di lottare per i propri diritti sessuali. Le limitazioni o addirittura i fallimenti di identità, molto dibattuti intorno agli anni '80, in gran parte dipendono dall'inevitabile inadeguatezza di ogni singola categoria di descrivere la complessa struttura affettiva che costituisce l'identità. Abbastanza spesso la prima richiesta per il riconoscimento di marginali o plurali categorie di identità è stata articolata a partire dall'insoddisfazione di identificarsi nelle categorie già esistenti. Questa questione sull'efficacia delle categorie di indentità per intervento politico è stata una importante fonte di ispirazione per la teoria queer.

L'autocomprensione dell'identità è stata profondamente messa in discussione nel pensiero poststrutturale con il suo decentramento del soggetto Cartesiano, l'individuo razionale e autonomo, la sua enfasi sulla pluralità di interpretazione, e la sua insistenza sul fatto che non c'è nulla al di fuori delle strutture discorsive che possa produrre un significato culturale. Destabilizzando l'assuzione comune che l'identità sia una naturale ed evidente caratteristica di ogni soggetto umano, il poststrutturalismo è un significante contesto intellettuale per la critica anti-identitaria della teoria queer.

sabato 18 febbraio 2012

Parliamo di genere - parte 2/2

C'è un pericolo alla mascolinizzazione delle donne: le altre donne. Invece di concedersi tregua e seguire un codice di sorellanza, le donne hanno questa mentalità per la quale è necessario uccidere le altre possibili contendenti. Sostegno reciproco e unità non esistono. L'istinto di competizione diventa una innata estenzione del modo di essere femminile. E' difficile capire e opporsi all'esistenza di questa distanza cui ci hanno trainate probabilmente anche lunghi periodi di lotta per i diritti civili. Gli uomini non hanno mai avuto problemi ad ammirarsi e sostenersi l'un l'altro, forse possiamo imparare qualcosa da loro sotto questo aspetto.


Le donne hanno dimenticato che solo di recente, nel XX secolo, le donne latino americane hanno avuto diritto al voto. Queste zone comprendono Ecuador, Brasile, El Salvador, Repubblica Dominicana, Guatemala e Argentina. Anche gli uomini notano come le donne si trattano l'un l'altra. Essi commentano il fatto che spesso le donne trattano le altre donne come rivali, criticano continuamente i loro abiti, le scarpe e le borse, invece di incoraggiarsi e sostenersi a vicenda.


Il Femminismo è stato sempre per la mascolinizzazione delle donne unita alla femminilizzazione contestuale degli uomini. Ma come fa una ragazza che agisce come un ragazzo a perseguire la causa del femminismo? Segretamente si tratta di bramare il potere del femminismo, tenendo conto che non si vuole celebrare la femminilità quanto privare gli uomini del loro potere per tenerlo per se. La società non può che peggiorare a causa di questa tendenza. Stesso discorso per gli atteggiamenti sessuali. Invece di fungere da contrappeso al comportamento spesso grezzo degli uomini, il femminismo incoraggia le donne ad agire nella stessa rozza maniera, se non di più.


Un mio amico dall'atteggiamento piuttosto bruto e urbano di nome Chris Grayson non aveva paura di ammettere che "gli uomini sono altrettanto sensibili delle donne, forse anche di più. Gli uomini sono condizionati al fine di evitare le emozioni a tutti i costi, perché ti fanno apparire sensibile e vulnerabile, ma quello che poche persone capiscono è che queste emozioni imbottigliate emergono semplicemente con una diversa connotazione. Con rabbia e violenza ad esempio, che infliggono dolore alle vittime ignare che solitamente siamo noi stessi."


Anche Freud in un articolo intitolato "Perché Sigmund Freud è stato incapace di capire le donne?" ha ammesso in una lettera a sua moglie Martha: "Credo davvero di averti sempre amato di più di quanto tu abbia amato me... Ho forzato me stesso verso di voi e voi mi avete accolto senza grande affetto". In una lettera successiva Freud si lamentò con Martha di non aver avuto controllo su di lei dicendo "Ti ho trovato così matura e ogni spazio in te era già occupato, e voi eravate dura e riservata al punto che io non avevo alcun potere su di voi".


Prendiamo ora in considerazione la lunghezza dei capelli, fattore praticamente insignificante ma che ha determinato il come gli uomini e le donne sono visti nella società. Nel Nuovo Testamento alle donne è fatto divieto di tagliarsi i capelli, la causa è da cercare storicamente nel fatto che ciò va contro il voto di nazireo. Giovanni Battista è stato un nazireo per tutta la vita, il che significa che non ha mai tagliato i capelli. Con tutta probabilità i suoi capelli erano molto lunghi. Lo stesso Paolo ha preso il voto di nazireo così come altri quattro discepoli degli Atti. Ma il voto di nazireo è un voto che può essere preso da uomini e da donne. Se una donna ha preso questo voto, ella dovrà, come un uomo, radersi la testa alla fine del voto.


Adoratrici di Dioniso, dio del vino e della vendemmia nella letteratura greca, vestivano spesso come uomini. Potevano rimuovere i loro veli e tagliare i capelli molto corti fino a radersi completamente il capo. Quando le donne adoravano il dio Dioniso il capo scoperto implicava il loro impegno all'eccentrico dio del vino e la confutazione dell'ingiustizia maschile. Gli uomini, nel tentativo di imitare le donne, spesso portavano i capelli lunghi e i veli durante le cerimonie di culto. Uomini imitavano donne e donne imitavano uomini?


Forse i greci sono stati nel giusto fin dall'inizio. Un altro esempio è quello della "Grande Madre" Cibele, risalente al VI secolo. I suoi seguaci, uomini castrati che indossavano veli, collane, orecchini e abiti femminili, finivano per assumere un'identità femminile. E' un dato di fatto che questi antichi popoli abbiano capito la complessità del genere abbracciando il concetto di "contrario". E come abbiamo fatto noi a regredire al punto che siamo diventati insensibili a noi stessi e all'altro sesso? Warren Farrell nel suo libro "Myth of Male Power" scrive: "Gli uomini si suicidano più frequentemente quando sono disoccupati o cadono in disgrazia economica perché sentono che uccidendo se stessi stanno uccidendo il proprio fardello". Quando questi ruoli sono diventati così predominanti nella nostra società? Essi sono causa non solo di perdita di vite ma causano anche una lunga serie di effetti collaterali.


Il genere non è una questione ne di forza ne di denaro. Non si tratta dello status o dell'abilità di fare lavori domestici. Il genere incarna tutto ciò che di più complesso c'è dentro di noi, portandoci in un viaggio di scoperta del sé che non ha ne un inizio ne una fine. E' facile dare predeterminate qualità e suggestioni a uomini/donne che non sanno ancora chi e cosa vogliano essere e da dove cominciare per cercare e rappresentare la loro vera essenza. La confusione è praticamente innata in ognuno di noi ed è terreno fertile per il condizionamento. Trovare il nostro significato nascosto richiede una continua rivalutazione e un continuo fervore mentale che a molte persone può apparire faticoso. Una persona reale è tale da incarnare la capacità di essere sia "maschile" che "femminile" a seconda che la situazione lo richieda. Maturità e autocritica svolgono un ruolo chiave in questo concetto, poiché la maggior parte delle volte la verità non è facile da digerire, qualsiasi ne sia la fonte. Le parole di Virginia Woolf spesso avvolgono la mente di chi è disposto a considerare la complessa natura del genere quando dice: "Per quanto i sessi possano essere differenti, essi sono intercalati uno nell'altro. Ad ogni essere umano capita di oscillare da un sesso all'altro, e spesso è solo il vestiario che mantiene la somiglianza con gli uomini e le donne, mentre sotto il sesso è l'esatto contrario di ciò che è al di sopra".





Calderon, Ingrid. "The Tender War of the Sexes" article

Baumli, Francis. “Men Freeing Men”. New Jersey: New Atlantis Press, 1985. Print

Lens, Elinor. The Feminization of America. New York: Jeremy P. Tarcher. 1985. Print

Griffin, Lynne and McCann, Kelly. “Book of Women”. MA: Bob Adams Inc. 1992. Print

Jervis, Lisa. Zeisler, Andi. bitchfest. New York: Straus and Giroux. 2006. Print

“Why Was Sigmund Freud Unable to Understand Women?”. The McGraw-Hill Companies., n.d. Web.

venerdì 17 febbraio 2012

Parliamo di genere - parte 1/2

La società di ha trasmesso un'idea di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato quando si parla di generi sessuali, ma se avessimo sbagliato tutto?


Quando pensiamo agli infiniti modi in cui il genere sessuale può essere espresso cominciamo anche a renderci conto di quanto la nostra identità personale sia condizionata dalla vita quotidiana e dall'educazione ricevuta. Siamo forzati a seguire dei ruoli di genere dettati dalla società che possono portare alla distruzione di se stessi come individui e ad una certa confusione su cosa siamo in realtà e su come esprimerci pienamente. I ruoli di genere sono mascherati da stereotipi ben ancorati ai valori tradizionali e totalmente mancanti di tutte le eccezioni dei giorni moderni.


E' necessario un nuovo tipo di rivoluzione, una che possa accettare la femminilizzazione degli uomini e la mascolinizzazione delle donne. E' fondamentale a tale scopo guardarsi indietro, riguardare il passato per cercare le informazioni che abbiamo dimenticato o che abbiamo smarrito e che altrimenti passerebbero inosservate.


Gertrude Stein è considerata una pioniera per donne e lesbiche, poliedrica e conosciuta come scrittrice, poeta, collezionista d'arte, americana di nascita, ha trascorso la maggior parte della sua vita in Francia. Viene descritta come una donna prodigiosa per la quantità di chili aggrappati al suo corpo, e non di massa fluttuante, bensì di massa grassa pesante. Amava rivestirsi di velluto coi capelli crespi pettinati all'indietro e verso l'alto, che facevano sembrare il suo volto intelligente simile ad un jolly. Ella intelluattizzò il suo grasso e il suo corpo sembrava essere una grande macchina che solo la sua grande personalità permetteva di muovere. Gertrude era vigorosa. Era solita scoppiare a ridere, a voce alta. Aveva una risata abbondande, come una bistecca. Amava la carne...


Era forte e intelligente, nel 1906, caratteristiche che solo gli uomini potevano permettersi. Ella sfidò la rigidità di genere per quanto durante la sua vita non parlò mai del suo lesbismo. Negò questa parte di se per salvarla dalle critiche e dal giudizio altrui. Ma era tutto quello che una donna non doveva essere per la sua epoca e sono tante coloro che hanno seguito il suo esempio. Nello stesso modo in cui uomini considerati femminili sono messi in ridicolo e visti come femminucce se non si adattano al modello di uomo comune. Walt Whitman ad esempio, un poeta americano, saggista e giornalista, sostenitore del movimento di transizione tra trascendentismo e realismo.


Oltre ad essere un poeta egli fu anche infermiere volontario duranete la guerra civile americana. La sua sessualità e la sua "mascolinità" vennero messi in costante relazione durante la sua vita, tant'è che viene comunemente descritto come omosessuale o bisessuale, siamo nel 1855. La sua poesia, in sostanza, è stata vista come un attributo "femminile" che egli sembrava possedere, lo stesso Freud sostenne l'equivoco quando disse "Se vuoi conoscere di più sulla femminilità, interrogati sulla tua esperienza di vita o rivolgiti ai poeti".


Uomini e donne hanno avuto i loro momenti di gloria legati al genere, durante i quali per altro le loro identità sono state sia glorificate che distorte. Per fare un esempio il 19 novembre in diversi paesi di tutto il mondo si festeggia la Giornata Internazionale degli Uomini. Fondata a Trinidad e Tobago nel 1999, questa giornata è supportata dalle Nazioni Unite così come da numerosi gruppi in Australia, Nord America, Aria, Europa, Africa e in alcuni territori dei Caraibi. Questa giornata ha lo scopo di sostenere il ruolo che gli uomini svolgono nella societò come leader e sesso forte. E' buffo che le donne abbiano dal 1909 la loro Giornata Internazionale della Donna e che rappresenta nove decenni di lotta per l'uguaglianza, la giustizia, la pace e lo sviluppo.


Nel suo "Bool of Women" Lynne Griffin e Kelly McCann riporta ciò: "Osa Johnson, una fotografa naturalista che ha condotto numerose incursioni pionieristiche in Africa e Polinesia, è stata catturata, insieme alla sua compagna di viaggio, da un gruppo di cannibali veri e prori." Ciò dimostra che le donne hanno la capacità di fare il lavoro di un uomo e di affrontarlo a testa alta. D'altra parte, il passaggio attraverso i ruoli hanno posto molti uomini nella condizione di switchare attraverso le responsabilità e di condividere i doveri che una volta erano considerati "lavoro da donne".


In "Lens' Feminization of America" Elinor descrive che "Per la prima volta nella storia, invece di essere le donne ad adattarsi ad uno stile maschile, sono gli uomini che stanno guardando alla cultura femminile trovando in esso alcuni modelli adatti a se stessi." Trovare un modello adatto però non sempre significa essere pronti ad accettarlo quindi mentre negli negli ultimi 25-30 anni le donne sembrano essere venute ad un equilibrio assumendo potere e consapevolezza di se, gli uomini ancora stanno grattandosi la testa non avendo probabilmente ancora digerito a pieno i nuovi possibili modi di essere di questa nuova epoca.


I due generi sono stati chiamati a bilanciare e sviluppare insieme le proprie energie mascoline e femminili. L'uomo è stato l'unico finora a definire i ruoli. Ora che il vecchio modello maschile non è più applicabile e uno nuovo non è ancora stato creato, il risultato è che spesso gli uomini non sanno esattamente quali sono le azioni, i modi di essere e le convenzioni accettabili, stessa cosa vale per le donne, storicamente abituate ad assumere questi concetti passivamente.


Qualcosa di estremamente subdolo come i peli del viso può darci un'idea di quanto siamo arrivati a condizionarci l'un l'altro su una strada che sostanzialmente non conduce da nessuna parte essendo solo risultato di meri stereotipi. Si suppone che le donne debbano depilarsi per essere viste come femminili mentre gli uomini che si presentassero allo stesso modo sarebbero visti come gay. Così a quaranta milioni di donne americane in età compresa tra 15 e 70 anni sono stati rimossi dal viso almeno quattro peli superflui negli ultimi sei mesi, e circa 22 milioni di donne americane elimina i peli del viso almeno una volta alla settimana.


Si è sufficientemente d'accordo nell'attribuirne la principale causa dei peli agli ormoni. Steven Naifeh e Gregory White Smith hanno analizzato attentamente la situazione ricavandone che ci sono tre ormoni (estrogeni, testosterone e progesterone) sia dentro gli uomini che dentro le donne, in quantità variabili, quindi siamo un "popolo" di ormoni che può combinarsi in maniera diversa per dare ad ognuno di noi un aspetto che sia assolutamente caratteristico se non intervenissero fattori esterni a dirottarlo su quanto viene solo comunemente considerata una visione corretta dei generi.